| Omar Sivori si potrebbe
definire un cocktail dalle dosi perfette di talento, fantasia
e cattiveria. Nessun altro giocatore di grandissima tecnica
forse ha mai avuto il suo temperamento, la sua astuzia,
il cinismo nell’umiliare l’avversario dopo averlo
superato con tunnel diabolici. A trent’anni di distanza
si racconta ancora del giorno in cui, con la Juve che vinceva
largamente a Padova, promise al portiere Pin di fargli fare
bella figura indicandogli da quale parte avrebbe calciato
un rigore ormai ininfluente, facendo poi rotolare la palla
verso l’angolo opposto! A questa straordinaria miscela
poco men che esplosiva poneva un freno soltanto l'irresistibile
attrattiva che su di lui esercitavano tutti i piaceri della
vita. Non per nulla lAvvocato con la sua straordinaria capacità
di sintesi, lo aveva definito "un vizio”.
Con Giampiero Boniperti e John Charles formò negli
anni Sessanta un trio irresistibile, in grado di trasformare
la Juventus, dopo cinque anni di grigio digiuno, in una
squadra cosi spettacolare e prepotente da essere ancora
oggi presa come termine di paragone per i più brillanti
cicli successivi.
Nato il 2 ottobre 1935 a San Nicolas, in Argentina,i primi
calci Sivori li da nel Teatro Municipale poi il gran salto
che lo porta al River Piate di Renato Cesarini, exjuventino.
Con i biancorossi di Buenos Aires «el cabezon»
(per la grossa testa) o «el gran zurdo» (per
il grandissimo mancino), come Sivori è ben presto
soprannominato, è campione d'Argentina per un triennio:
1955, 1956 e 1957. Sempre nel 1957, poco prima di raggiungere
la Juventus, con la «Selecciòn» biancoceleste
(18 le sue presenze al servizio dell'Argentina) vince il
campionato sudamericano disputato in Perù dando vita
con Maschio e Angelillo a un trio centrale d'attacco addirittura
incontenibile - trasferitesi al completo sulla Penisola
- che i tifosi di laggiù ribattezzano gli «angeli
dalla faccia sporca». Umberto Agnelli, all’epoca
presidente, lo ingaggiò su segnalazione dello stesso
Renato Cesarini, pagandolo ben 160 milioni, cifra che consentì
al River di ristrutturare il proprio stadio. Al suo arrivo
a Torino, Sivori, rivela subito tutto il suo talento. Ha
un inimitabile repertorio di finte, dribbling e tunnel e
con il mancino che si ritrova sa fare cose davvero fantastiche
- anzi, mai viste - non esclusi ovviamente i gol, tanto
che nel 1960 con 28 bersagli vince la classifica dei cannonieri
del nostro campionato. Il suo limite è invece rappresentato
dal nervosismo che lo accompagna: linguacciuto, vendicativo,
diventa ben presto un osservato speciale della categoria
(nei dodici anni di carriera in Italia accumula ben 33 turni
di squalifica ).
Al servizio della Juventus milita per otto stagioni con
un ruolino di 253 partite (215 in campionato, 23 in Coppa
Italia e 15 nelle Coppe europee) e 167 gol (135, 24 e 8
rispettivamente) e lega il suo nome a tre scudetti (1958,
1960 e 1961) e ad altrettante Coppe Italia (1959,1960 e
1965). Nel 1965 Sivori e i colori bianconeri divorziano,
la sua permanenza a Torino non è più possibile.
Firmò una delle più grandi imprese della storia
bianconera: il successo in Coppa dei Campioni sul campo
dell’imbattuto Real Madrid il 21 febbraio 1962. L'argentino
è infatti in guerra aperta con l'allenatore uruguayano
Heriberto Herrera. Si trasferisce al Napoli dove in compagnia
di Altafini manda in visibilio la tifoseria partenopea.
Abbandona l'attività - causa anche una pesante squalifica
- proprio prima della fine del campionato 1968-69 e rientra
in Argentina. E 9 volte azzurro (8 gol) al servizio della
Nazionale A con la quale partecipa alla sfortunata spedizione
mondiale del 1962 in Cile. Nel 1961 «France Football»
gli riconosce il «Pallone d'Oro». |