Autore Topic: GIUSEPPE FURINO  (Letto 5558 volte)

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GIUSEPPE FURINO
« il: 05 Luglio 2011, 14:12:32 »
Giuseppe Furino (Palermo, 5 luglio 1946) è un ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista.

Insieme a Giovanni Ferrari detiene il record dei campionati italiani vinti, vincendone 8; è comuqnue il calciatore che ha vinto più campionati italiani con la stessa squadra.

Caratteristiche tecniche

Centrocampista di fascia, giocava nel ruolo di mediano. Di fisico limitato, disponeva comunque di notevoli capacità di corsa e recupero sull'avversario[. Veniva impiegato spesso in marcatura sul centrocampista di maggior caratura della squadra avversaria e faceva della grinta, del temperamento e della carica agonistica i suoi punti di forza, al punto da essere soprannominato "furia".

Carriera

Crebbe nel vivaio della Juventus che nel campionato 1966-1967 lo diede in prestito in Serie B al Savona, dove diventò subito titolare nel ruolo di mediano. Dopo la retrocessione dei liguri disputò con loro un campionato di Serie C. Fu quindi ceduto in prestito al Palermo in massima serie nella stagione 1968-1969.
Inizialmente in rosanero non trovò spazio, e così l'allenatore Carmelo Di Bella lo schierò per la prima volta da terzino alla terza partita di Coppa Italia vinta in trasferta per 1-0 contro il Napoli.Chiuse la parentesi al Palermo giocando 27 delle 30 partite di campionato e nell'estate 1969 fu richiamato dalla Juventus, nella quale andò subito a ricoprire un posto da titolare.

Nella società bianconera giocò da titolare inamovibile per oltre un decennio, andando a rafforzare un centrocampo già dotato di giocatori come Benetti e Tardelli e conquistando otto scudetti (1971-1972, 1972-1973, 1974-1975, 1976-1977, 1977-1978, 1980-1981, 1981-1982, 1983-1984), due Coppe Italia (1978-1979, 1982-1983), una Coppa UEFA (1976-1977) e una Coppa delle Coppe (1983-1984). Visse in gran parte l'epopea del decennio vincente di Giovanni Trapattoni, col quale vinse cinque scudetti.

Chiuse la carriera in bianconero dopo 361 partite di campionato in quindici stagioni il 6 maggio 1984, quando Trapattoni lo fece esordire in campionato a 15 minuti dalla fine di Juventus-Avellino, a scudetto ormai conquistato[8], in maniera tale da conquistare il suo ottavo scudetto personale, eguagliando così il record di scudetti vinti detenuto da Giovanni Ferrari.

Nazionale

In Nazionale non fu protagonista come con la maglia juventina. In maglia azzurra disputò tre partite in tutto, di cui la prima il 6 giugno 1970 ai mondiali del 1970 in Messico, subentrando nella ripresa ad Angelo Domenghini nella partita contro l'Uruguay. In questa rassegna iridata fu vice-campione del mondo. Tornò a vestire l'azzurro nel 1973, e nel 1974 fu convocato da Ferruccio Valcareggi per il campionato mondiale in Germania. Nel suo ruolo fu spesso "chiuso" da mediani come Romeo Benetti e Gabriele Oriali.

Dopo il ritiro

Ha continuato a vivere a Moncalieri, nei pressi di Torino, dove ha avviato l'attività di assicuratore.
I più di questi laureati a Harvard non vale un cazzo. Serve gente povera, furba e affamata. Senza sentimenti. Una volta vinci e una volta perdi; ma continui a combattere. E se vuoi un amico, prendi un cane


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Re:GIUSEPPE FURINO
« Risposta #1 il: 05 Luglio 2011, 14:13:19 »

Palermo e Torino, Torino e Palermo. Questa, salvo una breve parentesi a Savona, è la storia calcistica di “Beppe” Furino. Nasce, nel capoluogo siciliano, il 5 luglio del 1946: «Mio padre, maresciallo di finanza, era stato trasferito da Palermo ad Avellino quando avevo appena sei mesi», racconta, «nella città irpina ho vissuto fino a tre anni. Poi la minacciosa diffusione di un’epidemia indusse mia madre, che era nata a Ustica ed apparteneva ad una famiglia fortemente radicata sull’isola, a mandarmi per qualche tempo dai suoi genitori.
Nonno Peppino era stato sindaco di Ustica negli anni cinquanta e, con nonna Silvia, gestiva uno di quei negozi in cui si vende di tutto e che rappresentano il punto di riferimento dell’intera comunità. Zio Domenico invece, genio e sregolatezza della famiglia, faceva il medico fra Palermo ed Ustica.
La famiglia di mio nonno era molto amata dalla gente anche perché, durante la guerra, non aveva lesinato aiuti a chi si trovava in difficoltà. L’ambiente per me, oltre che sano, era affettivamente ideale anche fuori dall’ambito familiare. E così, prima che l’italiano od il napoletano, ho imparato il dialetto siciliano, che ancora oggi esercita su di me un fascino straordinario. Dopo appena un anno sono tornato ad Avellino. Ad otto anni mi sono trasferito a Napoli ed a quindici definitivamente a Torino».
Furino, cresce calcisticamente nella Juventus, nei “Nagc”, la scuola calcio bianconera; il primo prestito è al Savona, dove si disimpegna come ala sinistra. Tornato a Torino, viene trasferito nella sua città natale, dove disputa il campionato 1968/69: «Ero cresciuto nel settore giovanile della Juventus e venivo da un paio di campionati a Savona fra B e C; la società bianconera voleva prendere il rosanero Benetti ed io fui girato in prestito al Palermo, che era appena approdato in serie A. C’era un grande entusiasmo, il Palermo tornava nel massimo campionato dopo cinque anni.
Le prime due giornate giocammo in trasferta: all’esordio a Cagliari e perdemmo 3-0, due goal di Riva ed uno di Boninsegna; poi a Torino contro la Juventus e portammo a casa un bel pareggio. Finalmente, arrivò il debutto allo stadio “Favorita”, ospitavamo l’Inter di Mazzola, Corso, Suarez e Jair. Lo stadio poteva tenere quarantamila spettatori ma, secondo m,e non erano meno di sessantamila. C’era un tale frastuono che non riuscivo a sentire nulla di quello che si diceva sul campo. Riuscimmo a fare 0-0, come la settimana precedente.
La seconda emozione la provai entrando a “San Siro” dove quell’anno pareggiammo sia contro l’Inter che contro il Milan. A fine campionato ritornai alla Juventus, dove sono rimasto tutta la carriera».

In quella stagione palermitana, “Beppe” disputa 27 partite e realizza un goal; torna a Torino nell’estate del 1969 e trova una Juventus completamente rivoluzionata, dopo la ferrea gestione di Heriberto Herrera e del suo “movimiento”. L’allenatore è “Don” Luis Carniglia, che non farà tanta strada, tanto è vero che sarà presto sostituito da Ercole Rabitti.

Per uno scherzo del destino, nella prima di campionato la Juventus deve affrontare al “Comunale” il Palermo; è il 14 settembre 1969 e le due squadre, agli ordini dell’arbitro Gussoni, si schierano così:
Juventus: Tancredi; Salvadore e Leoncini; Morini, Castano e Furino; Favalli, Haller, Anastasi, “Bob” Vieri e Leonardi.
Palermo: Ferretti; Bertuolo e Pasetti; Lancini, Giubertoni e Landri; Pellizzaro, Reja, Troja, Bercellino Silvino e Ferrari.

La partita non ha storia; i rosanero passano in vantaggio con Troja dopo soli quattro minuti, ma la reazione bianconera è furiosa. Una doppietta di “Helmuttone” Haller ed un goal di Leonardi mettono le cose a posto; a dieci minuti dalla fine, però, ci pensa proprio lui, “Beppe” Furino a siglare la rete del definitivo 4-1 cominciando, nel migliore dei modi, la sua lunga e splendente carriera in bianconero.

Ci sono sempre state due correnti di pensiero su “Beppe” Furino. Boniperti ed in generale tutti gli allenatori bianconeri, lo hanno sempre considerato un giocatore fondamentale per le proprie squadre, un capo carismatico, un tipo coriaceo, grintoso, portabandiera dei cosiddetti giocatori umili che sono però insostituibili in una squadra che vuole vincere. 528 presenze con la maglia bianconera, 19 goal, 8 scudetti, tantissime partite con la fascia di capitano al braccio, testimoniano quanto Furino sia stato uno degli artefici delle vittorie della Juventus targata Boniperti.

Non gli è mai piaciuto essere definito la bandiera della Juventus: «Perché la bandiera sta alta sul pennone ed io non sono certo il tipo da piedistallo. Tutt’altro, preferisco star giù a lavorare con gli altri, soprattutto con i giovani, con i quali mi trovo benissimo, perché parlo come loro e “sento” come loro».

Il rovescio della medaglia è rappresentato dalla Nazionale. Prima Valcareggi, poi Bernardini ed infine Bearzot, hanno sempre ignorato questo siciliano tosto, al punto di definirlo un giocatore mediocre; solamente tre presenze, una vera ingiustizia.

Con lui, il calciatore “povero” è riuscito ad emergere, fino ad arrivare nella stanza dei potenti; con lui, il mediano faticatore è importante come il fuoriclasse; con lui, il calciatore è divenuto “dignitoso”, anche se le sue giocate sono meno belle di quelle dei cosiddetti assi. È un campione chi si sacrifica costantemente per la squadra; la classe non è solo stile, ma anche rendimento.

La parola “stanchezza” non esiste nel suo vocabolario: «Una volta sola ho avuto un po’ di paura. È stato in occasione di una partita di Coppa Italia, giocata contro il Catanzaro. Non so dire con precisione che cosa sia stato, perché è durato poco. Ma ho provato un po’ di timore, difficile da spiegare; per fortuna non si è più ripetuto».

Non ha mai amato i giornalisti e non è mai stato tenero nei loro confronti; ha avuto tantissime difficoltà a rapportarsi con loro, fino addirittura a snobbarli, in quanto erano i giornalisti stessi ad ignorare Furino.

Caminiti gli affibbiò il soprannome di “Furia” dopo le prime partite nella Juventus, un volta tornato dal prestito da Palermo, la sua città natale, ma Furino è palermitano solo in apparenza, essendo taciturno, come la maggior parte dei siciliani. È, invece, un torinese di adozione, in quanto gran lavoratore sparato e spedito.

Lo stesso Caminiti lo descriveva in questo modo: «Mi colpiva, in quei giorni, il suo rapporto con la madre, piccola e stortarella come lui, ma verissima donna, maniacale nell’amore per i figli, per l’esempio costante di dovere, come le madri di una volta, che forse non esistono più. E mi era sembrato il giocatore emanazione di questa madre, la sua grandezza la facevo tutta morale, in campo lo vedevo crescere da nano (è alto 1,69) a gigante, in virtù di questa sua primigenia ricchezza, la ricchezza dell’isola bedda».

Il primo ad intuire le grandi qualità di Furino, è Boniperti, ma è “Cesto” Vycpalek, succeduto a Rabitti, scopritore del ragazzo, ed al povero Armando Picchi, a valorizzarlo in pieno nei fatti, enfatizzandone le qualità, perché “Furia” ha bisogno di fiducia per scatenarsi e rendere al massimo. Diventa in poco tempo il propulsore ed il trascinatore; nasce il mediano considerato il più “cattivo” d’Italia, in quanto è spietato nel contrasto, non si tira mai indietro, in ogni mischia che si rispetti, lui è presente.

Quando è necessario, è pronto a litigare, in quanto non ha paura di niente e di nessuno. La Juventus ha giocatori molto celebrati ed importanti, come Bettega, Zoff, Causio, lo stesso Anastasi, che “Furia” cordialmente odia, ma lui è fondamentale in squadra. Boniperti lo sa benissimo e non manca mai di elogiarlo: «Tutti dovreste giocare col cuore che ci mette lui».

Quando l’Ajax batte la Juventus, nella finale della Coppa dei Campioni a Belgrado, Boniperti in testa è il più emozionato di tutti, e “Furia” fallisce pure lui, come tutta la squadra. Nasce così l’impressione che sia un giocatore provinciale, tutt’altro che indispensabile; Valcareggi tecnico degli azzurri non lo apprezza più di tanto, anche se lo convoca per i Mondiali messicani. Anche Bernardini, fautore dei giocatori dai piedi buoni, quando lo manda in campo, a Genova contro la Bulgaria, il 29 dicembre 1974, lo fa più per accontentare l’opinione pubblica, che per convinzione personale.

Ma “Furia” si esprime al meglio in campionato, con la maglia bianconera. Sui rettangoli nostrani si decide tutto e qui Furino è un grandissimo. È il giocatore più stringente che si sia mai visto nella zona mediana, una catapulta. Con la sua determinazione, carica i compagni, li obbliga ad impegnarsi all’estremo delle forze, li esalta col suo esempio. Non si tira mai indietro, è sempre lì che morde i calcagni degli avversari, dove c’è pericolo, accorre lui, brutto, sghembo, ma bellissimo nell’ardore. Ma non è solo questo, tatticamente è un giocatore molto intelligente, è lui, infatti, che si schiera da libero durante le frequenti avanzate di Scirea ed è sempre lui a coprire le sgroppate di Tardelli.

Il suo modo di giocare lo porta a realizzare pochissime reti. Una in particolare, però, si rivelerà di importanza enorme: quart'ultima giornata del campionato 1976/77. Sabato 30 aprile al “Comunale” di Torino va in scena l'anticipo di campionato contro il Napoli. La Juventus, che sta lottando con il Torino per lo scudetto, è reduce dal pareggio di Perugia ed è obbligata a vincere; segna Bettega, pareggia nella ripresa Massa. La squadra bianconera è in difficoltà, il Napoli la mette sotto mentre un autentico nubifragio si abbatte sul campo. A quattro minuti dal termine, quando lo spettro del sorpasso granata si sta ormai materializzando, ecco che, tra grandine e fango, spunta la zampata vincente del capitano che ridarà morale e fiducia alla squadra.

La sua carriera termina, praticamente, con l’arrivo di Platini; famosa è la frase dell’Avvocato: «È inutile avere Platini, se il gioco passa attraverso i piedi di Furino». Il “Trap” obbedisce e “Furia” viene sostituito da Bonini. Trapattoni non si dimentica, però, di Furino e lo schiera nel campionato successivo, per permettergli di vincere il suo 8° scudetto.

Ci sono stati tanti mediani fortissimi nella storia bianconera: Bigatto o Bertolini, Depetrini o Del Sol, ma nessuno è stato come lui. Il suo sacrificio, la sua presa diretta nel gioco, là dove nasce il pericolo, là dove si rischia, non manca mai.

Un grande campione “povero”, forse il più grande di tutti. E non importa se nel mondo del calcio, soprattutto in Italia, sono considerati molto di più i giocatori virtuosi di quelli che “sudano”, che lottano, che sbagliano un passaggio. Furino ha aperto gli occhi a tanti; si può essere campioni anche non essendo belli.

Diceva alla fine del 1979: «Tutte le vittorie sono uno stimolo a proseguire con lo stesso spirito, per questo mi sento ancora al debutto. Perché mi sono realizzato in una Juventus vincente, una Juventus che mi ha insegnato che, per andare avanti, bisogna darci dentro, per ottenere il risultato attraverso il gioco e la lotta. La durezza delle stagione e la media positiva dei miei anni calcistici, durante i quali ho ricoperto tantissimi ruoli, da difensore puro ad ala tornante, da centrocampista a “jolly”, mi hanno fatto maturare una mentalità elastica, ma sempre proiettata in avanti. Mi rendo conto che posso farcela ancora e bene; non vedo il motivo per sentirmi dire che sono, non dico vecchio, ma anziano. Sarò un vecchio capitano, questo sì, perché porto la fascia da sei stagioni, ma, nel ruolo, mi sento proprio come ero agli inizi e questo mi carica. Una cosa sola voglio: andare avanti con lo stesso spirito».
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Re:GIUSEPPE FURINO
« Risposta #2 il: 05 Luglio 2011, 14:13:53 »

Ma ce lo vedete giocare a golf, Beppe Furino? Lui? Bene, è proprio così. Diciamo che nemmeno lui ci si vedeva, fino a poco tempo fa. «Riconosco anche che quando pensavo ai golfisti, li immaginavo come gente con la puzza sotto il naso. Mi sono dovuto ricredere». Oggi gioca a golf, il più titolato mediano della storia del calcio italiano, otto scudetti come riuscì a vincere soltanto Giovanni Ferrari, «perché il golf è uno sport più consono con la mia età e perché con le sue caratteristiche, richiede anche un certo agonismo, oltre a lucidità e mente sveglia». Beppe Furino, il più acerrimo cacciatore di palloni & avversari degli Anni Settanta, pilastro della Juve del Trap (e limitrofe), che grazie anche alla sua corsa inarrestabile poteva bearsi di finissimi dicitori, detestato con tutto il cuore dagli avversari nella stessa misura in cui era apprezzatissimo dei tifosi bianconeri, all’agonismo non ha mai rinunciato, in ogni sua attività. Abita a Moncalieri, cintura di Torino, dove conduce un’agenzia di assicurazioni, con annessa subagenzia, attività avviata sin da quando era in campo, e Furino allora come ora voleva dire fiducia: chi gli affidava i soldi, come i palloni, era sicuro che lui non li buttava via. Uscito dal campo con la maglietta sudata e i capelli sempre più radi nel 1984, è entrato nel settore giovanile della Juventus poco dopo, rimanendovi fino al 2004.

«E qui c’è il mio maggiore rimpianto. Perché la Juve voleva che diventassi allenatore, che prendessi il patentino: ma per una cosa e per l’altra, per non poter lasciare l’attività che era avviata, ho sempre rinunciato. E ora me ne pento: con il senno di poi, ci avrei provato». Sommessamente, con eleganza, fa capire che un po’ invidia i suoi ex colleghi che si sono ricostruiti una carriera fuori del campo nello stesso mondo che li aveva resi famosi, tra dirigenti e opinionisti: lui, guarda caso, si è dovuto rimboccare le maniche, a recuperar palloni anche nella vita di tutti i giorni che non gli ha mai regalato niente. Il tesoro vero, questo non può non riconoscerlo, è nel ricordo che ha lasciato, solido e concreto, grazie al suo modo di giocare e di porsi in aiuto dei compagni, riconosciuto a posteriori da tutti. Un apprezzamento che adesso è giustamente bipartisan: tra i clienti e gli amici ha tanti juventini e altrettanti granata, «e oggi sono simpatici i tifosi del Torino... Magari i ventenni conoscono solo il mio nome, ma i quarantenni mi ricordano eccome... Certo, dovrebbero scrollarsi di dosso un passato così impegnativo e ricostruire da capo».

E incrocia anche i rivali fieri di un tempo: «Li incontro spesso, Claudio Sala, Zaccarelli, gli altri, siamo in ottimi rapporti». Combatte lui, sempre al lavoro da presto: altro che tranquillo post-carriera; e combatte la moglie, la signora Irene, candidata e poi eletta nel Consiglio Comunale di Moncalieri, anche lei ha il suo bel daffare; l’unica figlia, Federica, è caposervizio al settimanale Gioia, dopo aver scritto a lungo anche di Juventus (ovviamente) per la rivista del club, e libri annessi. E tutto questo rincorrere gli ha fatto accantonare i progetti che illustrava ancora non troppo tempo fa, troppo romantici per una vita che continua a essere serrata: ovvero il sogno di rientrare a Ustica, l’isola dell’infanzia, lui palermitano, a rimettere a posto la casa dei suoi. «Eh, magari. Ma non ce la faccio, ormai, ci vanno di solito mio fratello e mia sorella, per me è troppo lontano». Anche se Ustica, che è un incanto geografico e non quel ricordo terribile di trent’anni fa, ha deciso di tenerlo con sè, il bambino che giocava per la strade dell’isola le estati di tanti anni fa: è stato aperto un club Furino, in mezzo al mare, bandiere bianconere al vento di Sicilia. Queste sì, sono soddisfazioni.
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Re:GIUSEPPE FURINO
« Risposta #3 il: 05 Luglio 2011, 14:14:42 »

Per parlare del mercato della Juventus è intervenuto in esclusiva ai microfoni di Radio Sportiva Giuseppe Furino, autentica bandiera della squadra bianconera. Queste le sue parole:

STRATEGIE DEL PASSATO - "Non sono convinto che spendendo molto per comprare determinati giocatori si possa tornare come eravamo. Nel passato abbiamo sempre avuto dei tecnici e dirigenti che sapevano fare ottime scelte di mercato, senza spendere tanti soldi ma piuttosto andando a scovare giocatori giovani e molto utili per il gioco della Juve.

STRATEGIE MERCATO - "Mi auguro che Marotta e Paratici sappiano come creare una squadra del calibro della Juventus. Il problema è quello. Prima di tutto bisogna fare una ricerca per capire i giocatori da confermare e quelli da cedere. E´ chiaro che se acquisti senza vendere si rischia di creare problemi e basta".

CENTROCAMPO - "In mezzo al campo la squadra è già abbastanza sistemata grazie all´arrivo di Pirlo che è un ottimo giocatore. Il problema è sugli esterni, sia a livello di terzini che di ali.

KRASIC - "Krasic è un giocatore un po´ strano perché ha doti attuali come velocità, controllo di palla e fisicità ma gli manca un minimo di destrezza in più. Le sue doti sono quelle di spostare e saltare l´avversario e credo che Conte lo sfrutterà molto e gli chiederà molto. Mi auguro che possa sviluppare una personalità forte. E´ un giocatore interessante che sicuramente può fare parte degli undici titolari".

CHIELLINI - "Chiellini è un giocatore buono, è un pilastro della difesa però nella Juve nessuno è indispensabile".
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Re:GIUSEPPE FURINO
« Risposta #4 il: 05 Luglio 2011, 14:17:37 »
Auguri Furia







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Re:GIUSEPPE FURINO
« Risposta #5 il: 05 Luglio 2011, 14:18:39 »
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Re:GIUSEPPE FURINO
« Risposta #6 il: 31 Luglio 2014, 08:46:06 »
La Repubblica
Gianni Mura

MONCALIERI - Quando Giuseppe Furino giocava, molti scrissero che la classe operaia era andata in paradiso: 8 scudetti, record diviso con Virginio Rosetta e Giovanni Ferrari, ma Furino con una sola maglia, quella della Juve. Capitano e bandiera, insomma.

"Capitano sì, bandiera no. Non mi è mai piaciuto l'accostamento con le bandiere, che stanno alte in cima a un pennone. Io stavo rasoterra, a lottare".

Questa puntualizzazione è la prima di una serie di sorprese. Chi l'ha visto giocare, un impasto caldissimo di corsa e agonismo, incollato come un'ombra minacciosa ai numeri 10, pensava a una vecchia definizione di Nereo Rocco per i numeri 4: distudaferai, che tradotto dal triestino significa spegnilampioni. Furiafurinfuretto l'aveva ribattezzato Vladimiro Caminiti, palermitano come lui, su Tuttosport. Mi sono portato un ritaglio: "Nella sua storia leggendaria la Juve ha avuto eccelsi gregari. Ma nessuno all'altezza di questo nano portentoso, incontrista e cursore, immenso agonista, indomabile nella fatica, i piedi come uncini dolorosi in certe circostanze".

Che gliene pare?
"Un poeta, Vladimiro. Ma io non sono d'accordo con gli uncini, perché mi sono sempre sentito un giocatore tecnico, veloce e anche tattico, non solo un cursore assiduo, come si diceva allora. Il calcio è anche corsa, ieri come oggi. Ma rispetto a quelli di oggi noi camminavamo e avevamo un ritmo costante più basso. Era un altro calcio. Anche noi, che pure eravamo la Juve, avevamo due maglie per tutta la stagione, una per il caldo e una per il freddo. E quando si strappavano venivano rattoppate. Più importante il fatto che sui campi ci fosse un solo pallone. Bastava buttarlo in tribuna per guadagnare un mezzo minuto in cui tirare il fiato. Oppure toccavamo indietro al portiere, che poteva usare le mani e faceva passare un altro mezzo minuto abbondante. Oggi questo non è più possibile, i giocatori corrono di più, forse troppo. Sono impressionato dall'alto numero di incidenti muscolari, spesso senza contatto con l'avversario. Il mio primo stiramento l'ho avuto a 30 anni. E giocavamo su campi più brutti, pelati in mezzo al campo, erba solo sulle fasce".

Torniamo al concetto di giocatore tecnico.
"Da ragazzo il mio idolo era Omar Sivori, giocavo coi calzettoni abbassati e anche più tardi non ho mai messo i parastinchi. Quand'ero nelle giovanili della Juve a Sivori ho fatto un tunnel e ci è rimasto male: ragazzino, come ti permetti? Non l'ho fatto apposta, gli ho detto. Invece sì, era da mezzora che provava lui a farmi un tunnel, se l'era cercata. Da ragazzo, tra giovanili Juve, Savona e Palermo credo di aver indossato tutte le maglie, tranne l'1 e la 9. Sì, ho avuto la 10, tiravo rigori e punizioni. Ma un giorno ho visto Luis Del Sol e ho deciso che il mio vero ruolo era quello di mediano. E al mediano si chiedeva di marcare, essenzialmente. E il mediano che portava via la palla al 10, che molto raramente lo rincorreva, creava la famosa superiorità numerica".

Più difficile marcare Rivera o Mazzola?
"Due bei clienti. Mazzola era più imprevedibile quando giocava di punta, Rivera sempre. Ma chi mi ha messo più in difficoltà è stato Menti, un pennellone del Vicenza. A volte ho fatto anche lo stopper. Un pomeriggio a Firenze Salvadore mi dice: quello lì lo marchi tu perché a me fa sempre gol. Quello lì era Amarildo. Ma anche contro Van Himst, un armadio, me l'ero cavata bene. Ci sono dettagli che forse a voi giornalisti sfuggivano, ma ogni volta che avanzava Scirea o si buttava Tardelli ero io a coprire. Più che il guardiano di un avversario, mi sentivo il custode di un territorio. Per questo la canzone che Ligabue ha scritto pensando a Oriali la sento anche un po' mia, perché una vita da mediano l'ho vissuta".

A noi giornalisti non sfuggiva che Furino, etichettato come brutto, sporco e cattivo, bello non era. Basso di statura, gambe arcuate da fantino, capigliatura non abbondantissima, però quanto a gioco sporco e cattivo si vedeva di peggio. Era sempre appiccicato come un tafano o un polpo, toglieva aria, spazio e fantasia. Boniperti un giorno disse che Furino aveva due cuori. Boniperti capiva di pallone ed era arduo contraddirlo. Per lui Furino era il capitano ideale, un simbolo di juventinità.

A proposito, Beppe, cos'è la juventinità?
"E' senso di appartenenza, condivisione dei valori. E' saper accettare le vittorie e anche le sconfitte, questo vale per i giocatori e anche per i tifosi. Troppo comodo tifare solo quando si vince. Le racconto una cosa: torniamo da Bilbao sull'aereo dell'Avvocato con la coppa Uefa, primo trofeo europeo nella storia della Juve. Scendo dalla scaletta a Caselle con la coppa in mano e sulla pista ci sono i tifosi, e in prima fila osannante uno che conosco di vista. Uno che l'anno prima, quando il Toro ci sorpassò e vinse lo scudetto, ci aveva gridato gli insulti peggiori. Lui e altri, alcuni piuttosto balordi tant'è che per un po' fummo costretti ad allenarci a Villar Perosa. Con gli occhi li avevo schedati tutti. E quindi a questo dico secco: o vai via o ti spacco la coppa in testa. Non l'avrei mai fatto, ma lui ci ha creduto ed è sparito".

Il Toro, annessi e connessi.
"Se c'era casino, io c'ero. Ma anche loro. A Causio cominciavano a stuzzicarlo già nel sottopassaggio, lui s'innervosiva e rendeva la metà. Noi facevamo la partita, loro i gol. Loro vincevano molti derby, ma il campionato no, tranne uno. Secondo me a farci perdere dei derby, a parte che il Toro contro di noi giocava la partita della vita, è  stato anche Boniperti. Rompeva le palle già dal lunedì. Mi raccomando, ragazzi, domenica c'è il derby. E così martellando fino alla domenica. Arrivavamo allo stadio due ore prima, tesi ma pure stanchi, come ne avessimo già giocati due. Uno come me era Ferrini. In campo come cane e gatto, certo, ma il mio sogno era quello di giocare a centrocampo con Ferrini e Bulgarelli. Per i tifosi avversari ero un po' una merda, lo so, ma quando prendevo due tram per andare a Piazza d'Armi e sul campo mi spronava il mitico Cesarini, io non pensavo a diventare un calciatore famoso. Pensavo solo a giocare. Intanto, dicevano i miei, prendi un pezzo di carta, e l'ho preso, perito elettronico. Non mi hanno né ostacolato né spronato. Nessuno mi ha mai accompagnato all'allenamento".

Che famiglia era?
"Del sud. Mio padre napoletano, mia madre di Ustica, dove passavamo le vacanze. Nonno Peppino era stato sindaco dell'isola, poi aveva aperto uno di quei negozi dove si vende un po' di tutto. Uno dei primi ricordi è di mio padre che suona il mandolino sotto il pergolato. Quel mandolino ora ce l'ha mio fratello, ma ho deciso che quest'anno prenderò lezioni, voglio imparare a suonare il mandolino. Torniamo indietro: nasco a Palermo, dopo sei mesi la famiglia si trasferisce ad Avellino, poi a Napoli. Quando mio padre viene mandato a Torino ho 15 anni e sono già  inguaribilmente juventino".

Quanto manca il clima della partita?
"Arriva il momento in cui ti senti o ti fanno sentire troppo vecchio per il pallone. Mi manca di più il clima dello spogliatoio, le visite di Gipo Farassino, lui sì un tifoso vero, le partite a scopa col dottor La Neve e il massaggiatore Di Maria, gli scherzi, l'allegria. Del calcio ho molti ricordi e un buco nello stinco che m'ha fatto Perico ad Ascoli. Ero amico di tutti i compagni ma, al di fuori, non frequentavo nessuno. Ho aperto questa agenzia di assicurazioni che ancora giocavo, nel '79, e continuo ad occuparmene. E nel tempo libero, gioco a golf".

Ecco un'altra sorpresa. Furino che gioca a golf.
"E mi piace. Pensavo che i golfisti fossero degli smidollati, ma sbagliavo".

Difficile dire basta col calcio?
"No. E dire che Totò Juliano si era scomodato venendo a Torino per convincermi ad accettare il Napoli. E Sergio Rossi, presidente del Torino, aveva tastato il terreno offrendomi una maglia granata. Non era il caso".

Perché non ha fatto l'allenatore?
"Errore di presunzione. Non avevo le presenze in azzurro di Zoff, che ha avuto automaticamente il patentino, e non ritenevo decoroso, con la mia carriera, dover sostenere esami supplementari".

Solo tre maglie azzurre.
"E una sola partita completa, a Istanbul nel '73, in nove della Juve in azzurro con l'obbligo di vincere per andare al mondiale. Vincemmo e in spogliatoio Valcareggi disse ai giornalisti che con me avevano risolto il problema del mediano per qualche anno. Mazzola era seduto di fianco a me: Beppe, non devi credergli, disse. E infatti non fui più  convocato. Ma in Messico c'ero. Poteva andare diversamente con una miglior gestione degli uomini: alcuni furono bolliti, altri non giocarono quasi mai".

E ad Atene con l'Amburgo poteva andare diversamente?
"Sbagliò Trapattoni che non mi mandò in campo. No, scherzo, quando tutta la squadra dà il 10% di quello che può  dare e a deludere maggiormente sono i più attesi, Boniek e Platini, non c'è niente da fare".

Andava d'accordo con Platini?
"Per la stampa era facile metterci contro: se lui stentava era colpa mia. Ma non esiste che uno giochi male per colpa di un altro. A Michel serviva tempo per ambientarsi, tutto qui".

A proposito di stampa, Furino non ha mai cercato i giornalisti e quando i giornalisti cercavano lui era come accarezzare un istrice. L'unica figlia di Furino, Ludovica, fa la giornalista a Gioia. E' la legge del contrappasso.
I più di questi laureati a Harvard non vale un cazzo. Serve gente povera, furba e affamata. Senza sentimenti. Una volta vinci e una volta perdi; ma continui a combattere. E se vuoi un amico, prendi un cane


 


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