Autore Topic: PAOLO MONTERO  (Letto 8804 volte)

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PAOLO MONTERO
« il: 21 Aprile 2011, 12:12:58 »
Paolo Iglesias Montero (Montevideo, 3 settembre 1971) è un ex calciatore uruguaiano, attualmente procuratore di giovani calciatori uruguaiani.

Paolo Montero è nato da una famiglia benestante: il padre, Julio Castillo Montero, era stato un calciatore uruguaiano, difensore centrale della squadra del Nacional, con la quale vinse cinque titoli nazionali, la Coppa Libertadores e la Coppa Intercontinentale.

Dopo aver iniziato a giocare nel Peñarol, nel 1992 si è trasferito in Italia a Bergamo per giocare nell'Atalanta. Dal 1996 ha giocato nella Juventus, il secondo uruguayano a divenire giocatore di questa squadra. Nel 2005 si è trasferito in Argentina per giocare con il San Lorenzo. Nel 2006 ritorna in Uruguay, al Peñarol. Nel 2007 ha concluso la sua carriera calcistica professionistica.

Calciatore di temperamento, faceva dell'aggressività la sue principale arma. Detiene infatti il primato di cartellini rossi nella storia della Serie A: ben 16.

Tra il 1992 e il 1996 ha giocato nell'Atalanta (114 presenze e 4 reti).

Nella Juventus ha avuto come allenatore Marcello Lippi e tra il 1996 e il 2005 è stato perno insostituibile sia del primo che del secondo ciclo, formando con Ciro Ferrara una forte coppia di difensori centrali. Con la squadra ha vinto una Coppa Intercontinentale (1996), una Supercoppa Europea (1996), tre Supercoppe Italiane (1997, 2002, 2003) e cinque scudetti (1997, 1998, 2002 e 2003 e 2005). Ha partecipato inoltre a tre finali della Champions League (contro il Borussia Dortmund nel 1997, il Real Madrid nel 1998, e il Milan nel 2003).

Ha concluso la carriera giocando nel 2005-06 nella squadra argentina del San Lorenzo e nel 2006-07 nella squadra uruguayana del Peñarol. Il 17 maggio 2007 ha giocato nell'ultima gara da professionista (Peñarol-Danubio).

Il 18 dicembre 2010, edita dalla Bradipolibri, è uscita la sua prima e unica biografia a firma di Stefano Discreti e Alvise Cagnazzo: "Montero, l'ultimo guerriero". Vi sono racchiusi il personaggio Paolo a tutto tondo, col suo stile di vita e il modo di interpretare il calcio, nonché le migliori interviste rilasciate da Montero alla stampa.

CENNI BIOGRAFICI

Debutta a diciannove anni in serie A con il Penarol, dopo aver praticato romantiche pedate con la classica “Pelota de trapo”, la palla di stracci, primo amore di ogni campione sudamericano. «Mio padre, Julio, è stato un asso del Nacional di Montevideo e della “Celeste”, la nazionale uruguagia. Nel mio destino c’era scritto che avrei ripercorso il cammino di papà; questione di cromosomi, di fatalità e di sangue. Al Penarol sono arrivato che non avevo ancora diciotto anni; Menotti mi disse che sarei diventato come Passerella e toccai il cielo con un dito».


Rimane nella squadra che è stata del leggendario “Pepe” Schiaffino fino al 1991, totalizzando 34 presenze con la ciliegina di un goal. Lo scopre l’Atalanta. Arriva in Italia nell’estate del 1992. Marcello Lippi, allora allenatore dei nerazzurri, il 6 settembre lo fa esordire a Bergamo contro il Parma: l’Atalanta vince per 2-1 e Montero è fra i migliori in campo. La squadra, con l’inserimento del giovane uruguagio, diventa più solida e l’ottavo posto in classifica ha il sapore di un piccolo successo.

Ma a Bergamo devono innanzi tutto far quadrare i conti: i pochi acquisti e le molte cessioni provocano la caduta dell’Atalanta in serie B. Siamo nel 1994/95. Nonostante l’immediata promozione ed un Montero ormai assurto a pilastro della difesa, i grandi club diffidano di questo giocatore che la critica ha definito grezzo, falloso e con un carattere impossibile, sempre nel mirino degli arbitri. «Sono fatto così, ma non dite che sono cattivo, questo lo possono dire solamente i miei genitori. Il fatto è che gioco sempre per vincere; negli spogliatoi stringo la mano agli avversari, certo, ma in campo nessuna concessione».

Non ha dubbi, invece, Lippi, allenatore della Juventus, che alla vigilia del campionato 1996/97, ne suggerisce l’acquisto. Lippi deve mettere a punto il reparto arretrato e la presenza di Montero è indispensabile. Se la Juventus vuole continuare a vincere deve assolutamente affidarsi a questo difensore tempestivo in fase di chiusura ed anche tecnicamente dotato.


«Sono stato fortunato, perché ho sempre trovato gruppi eccezionali; ho sempre avuto a che fare con grandi rose e, soprattutto, con grandi compagni. Quando sono arrivato qui, nel 1996, ero fiducioso che questo legame sarebbe durato a lungo. Quando firmi per una squadra importante come la Juventus, è ovvio che speri di rimanere fino alla scadenza del contratto ed io ho anche avuto la fortuna di rinnovarlo. Per questo non posso che essere contento per la fiducia che tutti mi hanno sempre dato».

L’allenatore bianconero non si sbaglia; dopo il secondo posto del 1996, i bianconeri vincono subito lo scudetto e concedono il bis l’anno dopo. «Alla Juventus devo essere più pratico, evitare giocare inutili e cercare di ribaltare l’azione il più velocemente possibile. Alla Juventus il risultato arriva prima di ogni altra cosa; l’obiettivo è quello di vincere, sempre!»

Le vicende, purtroppo, portano Lippi lontano da Torino. Problemi di gruppo, campagne acquisti discutibili ed un po’ di sfortuna impediscono alla Juventus di vincere ancora. L’attacco produce pochi goal, almeno rispetto a Milan, Roma e Lazio, ma la difesa rimane la meno battuta. Nel 2000, anno del sorpasso laziale e del diluvio di Perugia, i bianconeri incassano appena 20 goal, 13 in meno dei Campioni d’Italia. Il segreto? La grinta di Montero, naturalmente. Un vero duro; Tudor ed Iuliano sono concorrenti temibili, ma Montero è sempre lì, a difendere il forte.


«Ferrara è stato importantissimo; quando sono arrivato a Torino, era già un giocatore molto esperto e che aveva vinto tutto. Mi ha aiutato tanto. Con Mark Iuliano, invece, è un discorso a parte. Lui è un grandissimo difensore, ma il rapporto che c’è con lui va oltre tutto questo. Quando parlo di lui, non lo faccio mai come calciatore, ma come uomo; io Mark lo considero come un membro della mia famiglia».

Secondo posto nel 2001, poi tornano i tempi gloriosi. Tra un acciacco e l’altro, è ancora suo lo scudetto del 2002 e quello del 2003, e c’è lo zampino di Paolo anche nello scudetto numero 28, nel maggio 2005.

Il rimpianto per non aver mai vinto la Coppa dei Campioni: «Sarà stato il destino. Anche perché soprattutto nella finale contro il Borussia Dortmund dominammo quasi per tutta la gara. Anche la sconfitta con il Real avvenne solo per una serie di eventi sfortunati. Di certo nessuno ci ha mai messo sotto davvero. La finale contro il Milan invece merita un capitolo a parte. Come diciamo noi in Uruguay, la lotteria dei calci di rigori è una “Roulette russa”».

Ha sempre odiato giocare terzino sinistro e, quando era all’Atalanta, litigò proprio per questo con Lippi; quella sera, invece, non si rifiutò di giocare in quel ruolo: «Non mi sarei mai potuto tirare indietro in una gara di simile importanza. Giocare terzino sinistro non mi è mai piaciuto e quella sera, finché non si fece male Tudor, giocai un vero schifo sulla sinistra, ma dovevo dare tutto per provare a vincere quella Coppa. Non me lo sarei mai perdonato altrimenti. Pensa, per farti capire meglio, da bambino preferivo giocare in porta piuttosto che terzino sinistro. Penso tanto a quel rigore. In gare ufficiali non ne avevo mai tirati prima in vita mia. Ma a fine gara Mister Lippi viene da me e mi dice “Paolo te la senti?” Cosa avrei potuto rispondergli? Avrei fatto di tutto pur di vincere quella sera. Di tutto».

Il ricordo del 5 maggio 2002: «Quel pomeriggio fu fantastico. Da impazzire. Una gioia immensa. Non ci credevamo quasi più. Ma l’Inter di cosa si lamenta poi? Se era davvero la più forte andava a Roma e rifilava quattro pigne alla Lazio. Altro che scuse. Ed allora noi di Perugia cosa avremmo dovuto dire? 64 minuti dentro lo spogliatoio ad aspettare di rientrare in campo. 64! Li ho cronometrati. Una roba pazzesca. Però io ho il mio codice d’onore personale e per me conta solo e sempre il verdetto del campo. Per questo ho sempre rispettato le decisioni arbitrali. Durante la partita tutto è lecito pur di vincere».

Poi il divorzio, dopo 279 presenze e 7 reti, per andare a giocare in Argentina; ma quanti rimpianti lascia!
« Ultima modifica: 21 Aprile 2011, 12:23:25 da Gordon Gekko »
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Re:PAOLO MONTERO
« Risposta #1 il: 21 Aprile 2011, 12:14:14 »
Palmares



Campionato italiano: 4 + 1 revocato

    Juventus: 1996/97, 1997/98, 2001/02, 2002/03, 2004/05 (revocato)

Supercoppa italiana: 3

    Juventus: 1997, 2002, 2003

Competizioni internazionali

 Supercoppa UEFA: 1

    Juventus: 1996

Coppa Intercontinentale: 1

    Juventus: 1996

Coppa Intertoto: 1

    Juventus: 1999
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Re:PAOLO MONTERO
« Risposta #2 il: 21 Aprile 2011, 12:15:16 »
[Su Pavel Nedvěd] Il più grande professionista mai conosciuto. Un giorno sento una sua intervista in cui racconta che la mattina, a casa, va sempre a correre prima di venire all'allenamento. Non ci credo e il giorno dopo lo prendo in disparte: "Pavel, mica sarà vero quello che hai detto"... Resto senza parole: è proprio così. Si svegliava, correva da solo e poi nel pomeriggio si allenava. E arrivava sempre davanti a tutti noi!! (da A. Dell'Orto, Nel mio calcio da duro vincevano solo i sentimenti, 24 giugno 2007)

 -Al termine degli incontri con qualche squadra, andavamo sempre nello spogliatoio avversario per cercare la rissa. Una volta ho litigato con Toldo e poi lui, che è molto più grosso di me, mi ha tirato un pugno. Per fortuna non mi ha colpito perché mi sono abbassato, quindi io gliene ho tirato un altro, però non l'ho preso neanche. Alla fine sono venuti Davids, Tudor, Iuliano, tutti, ma non c'è stato nessun problema, succedeva sempre con tante squadre, cose così. Con la Salernitana quando giocava Gattuso. Con il Milan invece c'era il massimo rispetto, non abbiamo mai discusso. (da Gazzetta.tv Montero si racconta, 22 marzo 2011)
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Re:PAOLO MONTERO
« Risposta #3 il: 21 Aprile 2011, 12:16:34 »
Paolo Montero: "Capisco Gerrard,
io mi picchiavo con i tifosi viola"


«A quel punto della notte non sei il numero 1 al mondo ma un uomo che non vuole essere provocato»

Paolo Montero, 37 anni, nove stagioni alla Juventus e tredici espulsioni: una belva.
«A volte mi dico: Paolo, hai esagerato. Ma poi mi do la mano: Paolo, non hai mai finto».

Che ne pensa del caso Gerrard? Il capitano del Liverpool, faccina d’angelo e pugni musicali.
«Penso che voi giornalisti pretendete la santità, l’eroismo. E invece siamo uomini anche noi, esattamente come voi. Nel bene e nel male. Gerrard non fa eccezione».

Dunque, le apparenze ingannano?
«Non conosco la dinamica dei fatti nel dettaglio. Per questo, parlo in generale. Piano con le lezioni di morale. Se Gerrard ha sbagliato, pagherà. Solo che dopo la partita vai in un locale per rilassarti e magari qualcuno ti provoca. In quel preciso istante della notte, non ti senti più il numero uno al mondo, sei, semplicemente e banalmente, un uomo che non vuole essere seccato».

A lei è mai capitato?
«Come no. A Viareggio, ospite di “Attila”, un caro amico. Dovunque si andasse, erano tutti tifosi della Fiorentina. Si figuri. Io della Juve, loro della Fiorentina. La prima volta scappava un vaffa, la seconda una spinta, la terza un cazzotto».

Nostalgia del calcio?
«Per niente. Ho smesso nel 2007, con il Peñarol, e da allora avrò disputato sì e no un paio di partitelle di beneficenza, ma proprio perché mi ci tiravano per i capelli. Non ne sento la mancanza. Tutto quello che avevo da dare, l’ho dato».

Tornasse indietro?
«Tornassi indietro, cercherei di controllarmi meglio. Provocazioni, reazioni, tafferugli: non mi sono negato niente. Al cuore non si comanda, vero? Ho dato da mangiare alla prova tv come nessun altro. Però...».

Però?
«Avevo un mio codice, non certo etico. Un codice d’onore, chiamiamolo così. Per la mia squadra, tutto. Stava agli arbitri fissare il confine di quel “tutto”. Ne ho sempre rispettato le decisioni, così come gli avversari che menavo rispettavano la mia violenza per il semplice fatto che era grossolana ma, a suo modo, leale. Quante volte sentivo e sento allenatori ed esperti ripetere che nel calcio ci vogliono anche i Montero...».

In quale giocatore si rivede?
«In Chiellini. Con Legrottaglie, che ho avuto modo di frequentare e apprezzare alla Juve, forma una delle coppie che meglio rispecchiano le mie idee, il mio carattere. Giorgio è un tipo tosto, più portato al gol di quanto non lo fossi io. Non mi meraviglio: la Juve ha avuto sempre una grande tradizione di difensori, Ferrara, Iuliano, Tudor, Cannavaro, Thuram».

Dicono che uno come lei sia Marco Materazzi.
«Non lo conosco. E poi, sia chiaro, sono amico di Zidane. Molto amico. Un fuoriclasse assoluto».

Come nasce l’amicizia con Pessotto?
«Nasce, per prima cosa, da nove stagioni di militanza comune. E cresce col fatto che era, e rimane, il mio opposto. Tanto impulsivo io, quanto posato lui. Impossibile non volergli bene. Trovava sempre la parola giusta per metterti a tuo agio. I Montero fanno casino, i Pessotto fanno gruppo».

Durante la lunga degenza, lo andò a trovare quasi di nascosto. L’orco buono...
«Affari miei, se permette. Da Montevideo a Torino per uno come Gianluca: il minimo, mi creda. Proprio il minimo».

Chi vince lo scudetto?
«L’Inter, temo».

La Juventus le piace?
«Molto. Ma l’Inter è più forte».

Qual è un attaccante che avrebbe marcato «con gusto»?
«Ibrahimovic. Ce le saremmo date di santa ragione per novanta minuti e poi, alla fine, insieme al bar a farci una birra».

Il suo podio?
«Kakà, Gerrard, Ibra».

E a livello difensivo?
«Chiellini a parte, vanno di moda gli inglesi: John Terry, Rio Ferdinand».

Cosa pensa di Calciopoli?
«Dopo Pessotto, le prime persone che chiamo quando torno a Torino sono Moggi e Giraudo. Devo tutto a loro, non mi stancherò mai di ringraziarli. Faccia un po’ lei».

Roberto Beccantini,La Stampa 31/12/2008
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Re:PAOLO MONTERO
« Risposta #4 il: 21 Aprile 2011, 12:18:37 »
Postfazione di David Pratelli su Montero,l'ultimo guerriero libro edito da bradipolibri e scritto a 2 mani da STEFANIO DISCRETI e ALVISE CAGNAZZO (che pubblicamente ringrazio)


Raccontare Montero, nella sua prima storica biografia, significa approcciare con una dimensione assai diversa da quella, stereotipata, del calciatore moderno. Paolo: senza cerchietti stretti sulla fronte, senza capelli impomatati, senza una muscolatura da voyeur e persino refrattario alla telecamera. Prototipo del calciatore “vintage” nei contenuti quanto assai moderno, quasi futurista, nella concezione delle varie sfumature della vita. “Non m’importa esser un esempio di lealtà in campo: voglio esserlo nella vita. Quando gioco, m’interessa solo vincere. In ogni modo: il calcio è dei furbi.”Un solo codice da rispettare, quello d’onore. Tanti gli aneddoti, numerose le riflessioni e i ritratti offerti dagli autori, pronti a raccontare a corredo di un taglio descrittivo assai originale, i vizi e le virtù di uno dei giocatori più enigmatici che abbiano mai vestito la casacca bianconera. “Sono diventato juventino il primo giorno che sono arrivato a Torino, quando mi sono reso conto quanto la Juventus fosse odiata dal resto delle tifoserie d’Italia. Il loro odio io l’ho trasformato in amore per la Juventus. Contro tutto e tutti. Quella maglia era una corazza...”
Un guerriero del pallone, un kamikaze del contrasto, un combattente dell’aria di rigore. Paolo Montero era tutto questo. Indistruttibile come l’acciaio quando troneggiava nella retroguardia bianconera negli anni dei grandi trionfi juventini. Contro di lui passavano in pochi e quando passavano si facevano male... molto male. Però a me piaceva anche per quello. Era veemente, impetuoso, maschio ma onorava la battaglia calcistica e, nel bene e nel male, ci faceva amare sempre di più questo sport. dalla prefazione di Massimiliano Bruno
Montero era, anzi è, prima di tutto un uomo vero, sensibile, attaccato all’amicizia e alla sensibilità delle persone, basti pensare a cosa ha fatto per Pessotto nei tragici giorni del Giugno 2006, quando partì dall’Uruguay appena saputo del gravissimo fatto, recandosi immediatamente dall’amico che lottava tra la vita e la morte. Questa immagine descrive al meglio il vero Montero, un uomo grande. Tutti però si ricordano del duro comportamento che aveva in campo, dal pugno a Di Biagio, alle botte nascoste agli avversari, ma chi gioca a calcio sa che questo fa parte del duello, a volte un po’ troppo pesante, ma pur sempre di sfida si tratta. Forse faceva più scalpore perchè giocava nella Juventus, ma io un giocatore così lo vorrei sempre in squadra, e lo dico da difensore amatoriale part-time per niente tenero.
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Re:PAOLO MONTERO
« Risposta #5 il: 21 Aprile 2011, 12:20:06 »
Paolo Montero è un idolo dei tifosi juventini. Leader in campo, muro difensivo insuperabile, ha sempre messo in campo anima e cuore.

L'ex difensore bianconero ricorda con nostalgia il suo periodo bianconero svelando qualche aneddoto: «Ho amato Torino, dove ho vissuto mille aneddoti ed ho ancora oggi tanti amici. Ricordo soprattutto le serate ai "Murazzi", il mio posto preferito, perché potevo bermi una birra tranquillamente e farmi due chiacchiere come una persona qualunque. Un giorno portai anche Zidane e tutti gli immigrati nordafricani del posto iniziarono a tifare Juve. Ogni volta che si vinceva, partiva subito la macchina per Milano. Di feste ne ho vissute parecchie, però oggi sono sposato e non si possono raccontare. Quante serate con il mio amico Mark (Iuliano, ndr). Era un vero conquistatore, ed io gli facevo da spalla. Quando andavamo a ballare ed incontravamo tifosi della Fiorentina o del Torino era facile che succedesse qualcosa. Una volta a Viareggio è finita a cazzotti e ci hanno sbattuto fuori dalla discoteca, ma per fortuna ho convinto Mark a lasciar perdere perché erano una decina e ci avrebbero ammazzato di botte. Se in campo succedeva qualcosa, spesso negli spogliatoi andavamo a cercare rissa con gli avversari, soprattutto quando giocavamo con l’Inter. Una volta ho litigato con Toldo,ma era così alto che quando gli ho tirato un pugno non sono riuscito a prenderlo. Poi i compagni ci hanno fermato subito».

Montero rivela anche un curioso episodio sotto l'era Ancelotti. «Una volta durante il precampionato Ancelotti ci lasciò una serata libera. Io esagerai ed il giorno successivo mi presentai agli allenamenti in condizioni pietose, tanto che la società disse ai giornalisti che ero influenzato. Mi vole-vano cacciare, ma per fortuna il mister insistette perché restassi e mi salvò».

Ora idolo indiscusso dei tifosi, ma una volta «mi volevano picchiare dopo aver scoperto che uscivo con due tifosi del Torino. Mi sono venuti a prendere al "Comunale", ma abbiamo parlato e ci siamo chiariti in fretta. Gli ho spiegato che le amicizie me le scelgo da solo».

Capitolo allenatori: «Sono stato fortunato, ho conosciuto grandi uomini. Ho litigato con tutti, ma ancora oggi ci sentiamo, segno che ci sono sempre stati stima e rispetto reciproci. Il più importante è stato Ancelotti, che quando lasciò la Juve mi confidò di volermi bene come ad un fratello».

Gazzetta dello Sport marzo 2011
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Re:PAOLO MONTERO
« Risposta #6 il: 21 Aprile 2011, 12:21:34 »
UN ANEDDOTO RACCONTATO DA “CARLETTO” ANCELOTTI NEL SUO LIBRO “PREFERISCO LA COPPA”:

Una mattina alle quattro, all’aeroporto di Caselle. Tornavamo da Atene, avevamo appena fatto una figuraccia in Champions League contro il Panathinaikos ed abbiamo trovato ad aspettarci un gruppetto di ragazzi che non ci volevano esattamente rendere omaggio. Al passaggio di Zidane l’hanno spintonato ed è stata la loro condanna. Non a morte, ma quasi. Montero ha visto la scena da lontano, si è tolto gli occhiali con un’eleganza che pensavo non gli appartenesse e li ha messi in una custodia. Bel gesto, ma pessimo segnale, perché nel giro di pochi secondi si è messo a correre verso quei disgraziati e li ha riempiti di botte. Aiutato da Daniel Fonseca, un altro che non si faceva certo pregare.
Paolo adorava “Zizou”, io adoravo anche Paolo, puro di cuore e di spirito. Un galeotto mancato, ma con un suo codice d’onore.
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Re:PAOLO MONTERO
« Risposta #7 il: 21 Aprile 2011, 12:22:18 »
INTERVISTATO DA ENRICO VINCENTI, SU "HURRÀ JUVENTUS" DEL MARZO 2010:

Pochi giocatori sono rimasti nel cuore dei tifosi juventini come Paolo Montero, Quel suo sguardo tutto sudamericano, un misto di rabbia e compassione, determinazione e fatalismo. Cattivo lo hanno dipinto in molti, ma per i tifosi era solo colui che buttava il cuore al di là dell’ostacolo, si immolava per la causa e dava tutto sé stesso. Quante volte avremmo voluto essere in campo e magari anche noi dare un calcetto a quel giocatore che faceva troppo il furbo. Bene Paolo era lì per noi. E quel “Vamos vamos” urlato a squarciagola sotto il tunnel prima di entrare in campo, che paura suscitava negli avversari e che grinta dava ai suoi. Fortissimo piazzato li al centro della difesa, era spesso insuperabile. Non un Superman fisicamente, ma tosto, molto tosto, forse troppo per gli arbitri italiani: Montero era l’incarnazione della voglia di vincere: E questo un tifoso lo percepisce subito e non smette più di amarti.

Paolo Montero é stato, a tutti gli effetti, uno dei centrali più forti al mondo degli ultimi anni. Nazionale uruguaiano, ha giocato alla Juventus dal 1996 al 2005. Nove anni indimenticabili per lui ed i suoi tifosi. Non tutti sanno però che é un figlio d’arte e la sua passione per il calcio ha origini profonde: «Mio padre era anche lui un difensore centrale. Ha giocato nel Nacional vincendo tantissimo, anche coppe Libertadores ed Intercontinentali. Ha disputato due Mondiali e per me è un vero e proprio orgoglio essere il figlio di Castillo Montero».

Il Penarol, la squadra in cui hai incominciato a giocare ed in cui hai finito la tua carriera, é stata fondata da un gruppo di italiani emigrati in Uruguay e provenienti da un piccolo paese alle porte di Torino, Pinerolo. Un segno del destino. «Il Penarol è stata una delle più famose e forti squadre del Sudamerica ed anche del Mondo: In passato, oltre che in Uruguay; ha vinto anche tanti trofei internazionali; come la Coppa Libertadores o I’Intercontinentale: Oltretutto, io sono sempre stato un sostenitore dei Penarol: giocare con la maglia della squadra per cui hai fatto il tifo sin da bambino è una soddisfazione particolare».

Nel 1992 arrivi in Italia, nell’Atalanta. Perché hai scelto la squadra bergamasca? «Perché sono stati i primi a contattarmi. All’epoca giocavo nel Penarol il cui allenatore era Menotti; che aveva ottimi rapporti con Franco Previtali, Direttore Sportivo dell’Atalanta. In quel periodo avevo anche disputato una tournée in Europa ed avevamo giocato un’amichevole proprio contro di loro. Mi avevano visto giocare già tre o quattro volte. Sono piaciuto e, per mia fortuna, hanno deciso di portarmi in Italia».

Felice di arrivare nel “Bel Paese”? «Ero felicissimo. All’epoca poter giocare nel campionato italiano era il sogno di qualsiasi giocatore, campioni e non, d’Europa e del Mondo. Soprattutto per noi sudamericani il vostro paese era la massima aspirazione, esattamente quello che succede adesso con la Spagna o l’Inghilterra: ora tutti vogliano giocare lì. Ma nel 1992 il centro del Mondo calcistico era l’Italia».

Quattro anni can buoni risultati quelli che hai vissuto a Bergamo. «Con l’Atalanta ho il rammarico di avere perso una finale di Coppa Italia. È stato un grande traguardo, ma abbiamo incontrato la Fiorentina di Batistuta e Rui Costa, troppo forti per noi. Comunque, sono stati anni molto positivi, soprattutto per il rapporto avuto con gli allenatori. Il primo è stato proprio Marcello Lippi, che avrei poi trovato alla Juventus. Uno dei più grandi. Ma mi sono trovato bene anche con Emiliano Mondonico, che mi ha difeso quando avevo avuto problemi con la tifoseria bergamasca. Il primo anno con Lippi è-stato straordinario. Per un solo punto non siamo andati in Coppa Uefa. Lo ringrazierò sempre per quello che mi ha insegnato e perché mi ha voluto alla Juventus. Grazie a lui che ho vestito il bianconero».

Cosa voleva dire affrontare la Juventus can la maglia dell’Atalanta? «Era una partita che dava sempre una sensazione particolare. Ovviamente quando giochi in provincia partite come quelle le aspetti tutto l’anno. Fai di tutto per essere in campo e non vedi l’ora di giocarle: Questo vale anche quando affronti Milan o Inter».

E l’arrivo alla Juventus? «La cosa che più mi ha sorpreso al mio arrivo a Torino è stata l’organizzazione e la serietà della società. Sono diventato un vero e proprio tifoso della Juventus. I ricordi più belli sono comunque legati al gruppo, fantastico. Non mi interessa parlare dei fuoriclasse, parlo degli uomini. Sono stati in assoluto i nove anni più belli della mia carriera. La Juventus per me era diventata una vera e propria famiglia».

Una squadra ricordata sempre per la sua determinazione e lo spirito di gruppo. «Era proprio il segreto di quella Juventus: Se andiamo a vedere le altre squadre dell’epoca,ti accorgi di quanti giocatori forti avevano e compravano ogni estate. Ad inizio stagione partivano tutte come favorite, alle volte anche più di noi: il Milan, l’Inter, la Lazio, la Roma, la Fiorentina, il Parma. Ma alla fine vincevamo noi. Perché avevamo il gruppo più forte. Ancora oggi, tutte le volte che torno in Italia non perdo occasione per rivedere molti miei ex compagni e ricordiamo assieme tante cose, dalle stupende partite che ci hanno portato a vincere tanto agli episodi legati al nastro gruppo».

Sei diventato famoso in Italia anche perché considerato cattivo. «Io giocavo sempre al limite e se giochi cosi è normale essere ritenuto un giocatore falloso e subire molte ammonizioni od espulsioni. Questo non mi dava nessuna preoccupazione: Facevo quello che mi chiedeva il Mister, Ero un difensore e dovevo difendere. Mi interessava solo far vincere la mia squadra. Giocavo sempre al massimo; davo tutto. Se ti butti con gran foga su ogni pallone lo scontro fisico con l’avversario è assolutamente inevitabile: Il calcio è comunque uno sport fisico ed è normale che vi siano falli. lo comunque non ho mai fatto male a nessuno, anche se la cattiveria agonistica faceva parte del mio repertorio. Credo che si nasca con quell’indole. Non è certo una cosa che ti possono insegnare nelle scuole di calcio».

Non solo tu, ma tutta quel gruppo aveva una cattiveria agonistica fuori dal comune. Alcuni dicono che questo manca alla Juve di oggi. «Allora si vinceva già negli spogliatoi. Non posso parlare di questa Juventus perché non sono dentro. Nella mia si vinceva prima ancora di scendere in campo, perché c’era una convinzione nel gruppo che era incredibile. Ci credevamo sempre e comunque: i giocatori, il tecnico, i dirigenti, i massaggiatori. Tutti erano convinti di poter vincere; determinati a farlo e questo gli avversari lo percepivano già nel tunnel. Entravamo in campo con la convinzione che se subivamo due goals non era un problema. Si rimontava e si vinceva. Questa convinzione non puoi averla se dietro non c’è una grande gruppo. E non mi stuferò mai di dirlo: il nostro era straordinario».

Cosa ti manca del calcio giocato? «Da quando ho smesso, sono diventato procuratore. Il calcio grazie a Dio quindi non mi manca molto perché sono ancora dentro l’ambiente. Quello che m manca é il gruppo, la vita dello spogliatoio. Era la cosa che più amavo del mio lavoro e quella che adesso rimpiango di più».

E noi rimpiangiamo il fatto che Montero non giochi più. Nel caso di molti altri si è soliti dire: dispiace non vederlo più giocare, anche con altre squadre. Nel caso di Montero dispiace solo non vederlo con la maglia della Juventus. Averlo come avversario non é mai piaciuto a nessuno.
I più di questi laureati a Harvard non vale un cazzo. Serve gente povera, furba e affamata. Senza sentimenti. Una volta vinci e una volta perdi; ma continui a combattere. E se vuoi un amico, prendi un cane


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Re:PAOLO MONTERO
« Risposta #8 il: 21 Aprile 2011, 13:28:20 »








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Re:PAOLO MONTERO
« Risposta #9 il: 13 Marzo 2013, 14:59:38 »
Torniamo ai bianconeri. Il suo rapporto con Agnelli?
«Mi chiamava la mattina alle 6».

Tipico, lo faceva con molti giocatori. Perché ride?
«Perché la prima volta l’ho mandato affanculo».

Scherza, vero?
«Lei che avrebbe fatto se, all’alba, un tizio le avesse detto “Pvonto, sono l’Avvocato
Agnelli”? Io ho messo giù».

Ops. E poi?
«Ha richiamato. “Montevo, che fa? Guavdi che sono davvevo Agnelli”. E io senza parole...».
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Re:PAOLO MONTERO
« Risposta #10 il: 03 Settembre 2013, 13:19:30 »
Auguri Campione.
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Re:PAOLO MONTERO
« Risposta #11 il: 11 Novembre 2014, 12:32:16 »
"Pigne" in panchina: Paolo Montero nuovo allenatore del Penarol

In bocca al lupo,grande.
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