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PAOLO MONTERO

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Gordon Gekko:
Paolo Iglesias Montero (Montevideo, 3 settembre 1971) è un ex calciatore uruguaiano, attualmente procuratore di giovani calciatori uruguaiani.

Paolo Montero è nato da una famiglia benestante: il padre, Julio Castillo Montero, era stato un calciatore uruguaiano, difensore centrale della squadra del Nacional, con la quale vinse cinque titoli nazionali, la Coppa Libertadores e la Coppa Intercontinentale.

Dopo aver iniziato a giocare nel Peñarol, nel 1992 si è trasferito in Italia a Bergamo per giocare nell'Atalanta. Dal 1996 ha giocato nella Juventus, il secondo uruguayano a divenire giocatore di questa squadra. Nel 2005 si è trasferito in Argentina per giocare con il San Lorenzo. Nel 2006 ritorna in Uruguay, al Peñarol. Nel 2007 ha concluso la sua carriera calcistica professionistica.

Calciatore di temperamento, faceva dell'aggressività la sue principale arma. Detiene infatti il primato di cartellini rossi nella storia della Serie A: ben 16.

Tra il 1992 e il 1996 ha giocato nell'Atalanta (114 presenze e 4 reti).

Nella Juventus ha avuto come allenatore Marcello Lippi e tra il 1996 e il 2005 è stato perno insostituibile sia del primo che del secondo ciclo, formando con Ciro Ferrara una forte coppia di difensori centrali. Con la squadra ha vinto una Coppa Intercontinentale (1996), una Supercoppa Europea (1996), tre Supercoppe Italiane (1997, 2002, 2003) e cinque scudetti (1997, 1998, 2002 e 2003 e 2005). Ha partecipato inoltre a tre finali della Champions League (contro il Borussia Dortmund nel 1997, il Real Madrid nel 1998, e il Milan nel 2003).

Ha concluso la carriera giocando nel 2005-06 nella squadra argentina del San Lorenzo e nel 2006-07 nella squadra uruguayana del Peñarol. Il 17 maggio 2007 ha giocato nell'ultima gara da professionista (Peñarol-Danubio).

Il 18 dicembre 2010, edita dalla Bradipolibri, è uscita la sua prima e unica biografia a firma di Stefano Discreti e Alvise Cagnazzo: "Montero, l'ultimo guerriero". Vi sono racchiusi il personaggio Paolo a tutto tondo, col suo stile di vita e il modo di interpretare il calcio, nonché le migliori interviste rilasciate da Montero alla stampa.

CENNI BIOGRAFICI

Debutta a diciannove anni in serie A con il Penarol, dopo aver praticato romantiche pedate con la classica “Pelota de trapo”, la palla di stracci, primo amore di ogni campione sudamericano. «Mio padre, Julio, è stato un asso del Nacional di Montevideo e della “Celeste”, la nazionale uruguagia. Nel mio destino c’era scritto che avrei ripercorso il cammino di papà; questione di cromosomi, di fatalità e di sangue. Al Penarol sono arrivato che non avevo ancora diciotto anni; Menotti mi disse che sarei diventato come Passerella e toccai il cielo con un dito».


Rimane nella squadra che è stata del leggendario “Pepe” Schiaffino fino al 1991, totalizzando 34 presenze con la ciliegina di un goal. Lo scopre l’Atalanta. Arriva in Italia nell’estate del 1992. Marcello Lippi, allora allenatore dei nerazzurri, il 6 settembre lo fa esordire a Bergamo contro il Parma: l’Atalanta vince per 2-1 e Montero è fra i migliori in campo. La squadra, con l’inserimento del giovane uruguagio, diventa più solida e l’ottavo posto in classifica ha il sapore di un piccolo successo.

Ma a Bergamo devono innanzi tutto far quadrare i conti: i pochi acquisti e le molte cessioni provocano la caduta dell’Atalanta in serie B. Siamo nel 1994/95. Nonostante l’immediata promozione ed un Montero ormai assurto a pilastro della difesa, i grandi club diffidano di questo giocatore che la critica ha definito grezzo, falloso e con un carattere impossibile, sempre nel mirino degli arbitri. «Sono fatto così, ma non dite che sono cattivo, questo lo possono dire solamente i miei genitori. Il fatto è che gioco sempre per vincere; negli spogliatoi stringo la mano agli avversari, certo, ma in campo nessuna concessione».

Non ha dubbi, invece, Lippi, allenatore della Juventus, che alla vigilia del campionato 1996/97, ne suggerisce l’acquisto. Lippi deve mettere a punto il reparto arretrato e la presenza di Montero è indispensabile. Se la Juventus vuole continuare a vincere deve assolutamente affidarsi a questo difensore tempestivo in fase di chiusura ed anche tecnicamente dotato.


«Sono stato fortunato, perché ho sempre trovato gruppi eccezionali; ho sempre avuto a che fare con grandi rose e, soprattutto, con grandi compagni. Quando sono arrivato qui, nel 1996, ero fiducioso che questo legame sarebbe durato a lungo. Quando firmi per una squadra importante come la Juventus, è ovvio che speri di rimanere fino alla scadenza del contratto ed io ho anche avuto la fortuna di rinnovarlo. Per questo non posso che essere contento per la fiducia che tutti mi hanno sempre dato».

L’allenatore bianconero non si sbaglia; dopo il secondo posto del 1996, i bianconeri vincono subito lo scudetto e concedono il bis l’anno dopo. «Alla Juventus devo essere più pratico, evitare giocare inutili e cercare di ribaltare l’azione il più velocemente possibile. Alla Juventus il risultato arriva prima di ogni altra cosa; l’obiettivo è quello di vincere, sempre!»

Le vicende, purtroppo, portano Lippi lontano da Torino. Problemi di gruppo, campagne acquisti discutibili ed un po’ di sfortuna impediscono alla Juventus di vincere ancora. L’attacco produce pochi goal, almeno rispetto a Milan, Roma e Lazio, ma la difesa rimane la meno battuta. Nel 2000, anno del sorpasso laziale e del diluvio di Perugia, i bianconeri incassano appena 20 goal, 13 in meno dei Campioni d’Italia. Il segreto? La grinta di Montero, naturalmente. Un vero duro; Tudor ed Iuliano sono concorrenti temibili, ma Montero è sempre lì, a difendere il forte.


«Ferrara è stato importantissimo; quando sono arrivato a Torino, era già un giocatore molto esperto e che aveva vinto tutto. Mi ha aiutato tanto. Con Mark Iuliano, invece, è un discorso a parte. Lui è un grandissimo difensore, ma il rapporto che c’è con lui va oltre tutto questo. Quando parlo di lui, non lo faccio mai come calciatore, ma come uomo; io Mark lo considero come un membro della mia famiglia».

Secondo posto nel 2001, poi tornano i tempi gloriosi. Tra un acciacco e l’altro, è ancora suo lo scudetto del 2002 e quello del 2003, e c’è lo zampino di Paolo anche nello scudetto numero 28, nel maggio 2005.

Il rimpianto per non aver mai vinto la Coppa dei Campioni: «Sarà stato il destino. Anche perché soprattutto nella finale contro il Borussia Dortmund dominammo quasi per tutta la gara. Anche la sconfitta con il Real avvenne solo per una serie di eventi sfortunati. Di certo nessuno ci ha mai messo sotto davvero. La finale contro il Milan invece merita un capitolo a parte. Come diciamo noi in Uruguay, la lotteria dei calci di rigori è una “Roulette russa”».

Ha sempre odiato giocare terzino sinistro e, quando era all’Atalanta, litigò proprio per questo con Lippi; quella sera, invece, non si rifiutò di giocare in quel ruolo: «Non mi sarei mai potuto tirare indietro in una gara di simile importanza. Giocare terzino sinistro non mi è mai piaciuto e quella sera, finché non si fece male Tudor, giocai un vero schifo sulla sinistra, ma dovevo dare tutto per provare a vincere quella Coppa. Non me lo sarei mai perdonato altrimenti. Pensa, per farti capire meglio, da bambino preferivo giocare in porta piuttosto che terzino sinistro. Penso tanto a quel rigore. In gare ufficiali non ne avevo mai tirati prima in vita mia. Ma a fine gara Mister Lippi viene da me e mi dice “Paolo te la senti?” Cosa avrei potuto rispondergli? Avrei fatto di tutto pur di vincere quella sera. Di tutto».

Il ricordo del 5 maggio 2002: «Quel pomeriggio fu fantastico. Da impazzire. Una gioia immensa. Non ci credevamo quasi più. Ma l’Inter di cosa si lamenta poi? Se era davvero la più forte andava a Roma e rifilava quattro pigne alla Lazio. Altro che scuse. Ed allora noi di Perugia cosa avremmo dovuto dire? 64 minuti dentro lo spogliatoio ad aspettare di rientrare in campo. 64! Li ho cronometrati. Una roba pazzesca. Però io ho il mio codice d’onore personale e per me conta solo e sempre il verdetto del campo. Per questo ho sempre rispettato le decisioni arbitrali. Durante la partita tutto è lecito pur di vincere».

Poi il divorzio, dopo 279 presenze e 7 reti, per andare a giocare in Argentina; ma quanti rimpianti lascia!

Gordon Gekko:
Palmares



Campionato italiano: 4 + 1 revocato

    Juventus: 1996/97, 1997/98, 2001/02, 2002/03, 2004/05 (revocato)

Supercoppa italiana: 3

    Juventus: 1997, 2002, 2003

Competizioni internazionali

 Supercoppa UEFA: 1

    Juventus: 1996

Coppa Intercontinentale: 1

    Juventus: 1996

Coppa Intertoto: 1

    Juventus: 1999

Gordon Gekko:
[Su Pavel Nedvěd] Il più grande professionista mai conosciuto. Un giorno sento una sua intervista in cui racconta che la mattina, a casa, va sempre a correre prima di venire all'allenamento. Non ci credo e il giorno dopo lo prendo in disparte: "Pavel, mica sarà vero quello che hai detto"... Resto senza parole: è proprio così. Si svegliava, correva da solo e poi nel pomeriggio si allenava. E arrivava sempre davanti a tutti noi!! (da A. Dell'Orto, Nel mio calcio da duro vincevano solo i sentimenti, 24 giugno 2007)

 -Al termine degli incontri con qualche squadra, andavamo sempre nello spogliatoio avversario per cercare la rissa. Una volta ho litigato con Toldo e poi lui, che è molto più grosso di me, mi ha tirato un pugno. Per fortuna non mi ha colpito perché mi sono abbassato, quindi io gliene ho tirato un altro, però non l'ho preso neanche. Alla fine sono venuti Davids, Tudor, Iuliano, tutti, ma non c'è stato nessun problema, succedeva sempre con tante squadre, cose così. Con la Salernitana quando giocava Gattuso. Con il Milan invece c'era il massimo rispetto, non abbiamo mai discusso. (da Gazzetta.tv Montero si racconta, 22 marzo 2011)

Gordon Gekko:
Paolo Montero: "Capisco Gerrard,
io mi picchiavo con i tifosi viola"

«A quel punto della notte non sei il numero 1 al mondo ma un uomo che non vuole essere provocato»

Paolo Montero, 37 anni, nove stagioni alla Juventus e tredici espulsioni: una belva.
«A volte mi dico: Paolo, hai esagerato. Ma poi mi do la mano: Paolo, non hai mai finto».

Che ne pensa del caso Gerrard? Il capitano del Liverpool, faccina d’angelo e pugni musicali.
«Penso che voi giornalisti pretendete la santità, l’eroismo. E invece siamo uomini anche noi, esattamente come voi. Nel bene e nel male. Gerrard non fa eccezione».

Dunque, le apparenze ingannano?
«Non conosco la dinamica dei fatti nel dettaglio. Per questo, parlo in generale. Piano con le lezioni di morale. Se Gerrard ha sbagliato, pagherà. Solo che dopo la partita vai in un locale per rilassarti e magari qualcuno ti provoca. In quel preciso istante della notte, non ti senti più il numero uno al mondo, sei, semplicemente e banalmente, un uomo che non vuole essere seccato».

A lei è mai capitato?
«Come no. A Viareggio, ospite di “Attila”, un caro amico. Dovunque si andasse, erano tutti tifosi della Fiorentina. Si figuri. Io della Juve, loro della Fiorentina. La prima volta scappava un vaffa, la seconda una spinta, la terza un cazzotto».

Nostalgia del calcio?
«Per niente. Ho smesso nel 2007, con il Peñarol, e da allora avrò disputato sì e no un paio di partitelle di beneficenza, ma proprio perché mi ci tiravano per i capelli. Non ne sento la mancanza. Tutto quello che avevo da dare, l’ho dato».

Tornasse indietro?
«Tornassi indietro, cercherei di controllarmi meglio. Provocazioni, reazioni, tafferugli: non mi sono negato niente. Al cuore non si comanda, vero? Ho dato da mangiare alla prova tv come nessun altro. Però...».

Però?
«Avevo un mio codice, non certo etico. Un codice d’onore, chiamiamolo così. Per la mia squadra, tutto. Stava agli arbitri fissare il confine di quel “tutto”. Ne ho sempre rispettato le decisioni, così come gli avversari che menavo rispettavano la mia violenza per il semplice fatto che era grossolana ma, a suo modo, leale. Quante volte sentivo e sento allenatori ed esperti ripetere che nel calcio ci vogliono anche i Montero...».

In quale giocatore si rivede?
«In Chiellini. Con Legrottaglie, che ho avuto modo di frequentare e apprezzare alla Juve, forma una delle coppie che meglio rispecchiano le mie idee, il mio carattere. Giorgio è un tipo tosto, più portato al gol di quanto non lo fossi io. Non mi meraviglio: la Juve ha avuto sempre una grande tradizione di difensori, Ferrara, Iuliano, Tudor, Cannavaro, Thuram».

Dicono che uno come lei sia Marco Materazzi.
«Non lo conosco. E poi, sia chiaro, sono amico di Zidane. Molto amico. Un fuoriclasse assoluto».

Come nasce l’amicizia con Pessotto?
«Nasce, per prima cosa, da nove stagioni di militanza comune. E cresce col fatto che era, e rimane, il mio opposto. Tanto impulsivo io, quanto posato lui. Impossibile non volergli bene. Trovava sempre la parola giusta per metterti a tuo agio. I Montero fanno casino, i Pessotto fanno gruppo».

Durante la lunga degenza, lo andò a trovare quasi di nascosto. L’orco buono...
«Affari miei, se permette. Da Montevideo a Torino per uno come Gianluca: il minimo, mi creda. Proprio il minimo».

Chi vince lo scudetto?
«L’Inter, temo».

La Juventus le piace?
«Molto. Ma l’Inter è più forte».

Qual è un attaccante che avrebbe marcato «con gusto»?
«Ibrahimovic. Ce le saremmo date di santa ragione per novanta minuti e poi, alla fine, insieme al bar a farci una birra».

Il suo podio?
«Kakà, Gerrard, Ibra».

E a livello difensivo?
«Chiellini a parte, vanno di moda gli inglesi: John Terry, Rio Ferdinand».

Cosa pensa di Calciopoli?
«Dopo Pessotto, le prime persone che chiamo quando torno a Torino sono Moggi e Giraudo. Devo tutto a loro, non mi stancherò mai di ringraziarli. Faccia un po’ lei».

Roberto Beccantini,La Stampa 31/12/2008

Gordon Gekko:
Postfazione di David Pratelli su Montero,l'ultimo guerriero libro edito da bradipolibri e scritto a 2 mani da STEFANIO DISCRETI e ALVISE CAGNAZZO (che pubblicamente ringrazio)


Raccontare Montero, nella sua prima storica biografia, significa approcciare con una dimensione assai diversa da quella, stereotipata, del calciatore moderno. Paolo: senza cerchietti stretti sulla fronte, senza capelli impomatati, senza una muscolatura da voyeur e persino refrattario alla telecamera. Prototipo del calciatore “vintage” nei contenuti quanto assai moderno, quasi futurista, nella concezione delle varie sfumature della vita. “Non m’importa esser un esempio di lealtà in campo: voglio esserlo nella vita. Quando gioco, m’interessa solo vincere. In ogni modo: il calcio è dei furbi.”Un solo codice da rispettare, quello d’onore. Tanti gli aneddoti, numerose le riflessioni e i ritratti offerti dagli autori, pronti a raccontare a corredo di un taglio descrittivo assai originale, i vizi e le virtù di uno dei giocatori più enigmatici che abbiano mai vestito la casacca bianconera. “Sono diventato juventino il primo giorno che sono arrivato a Torino, quando mi sono reso conto quanto la Juventus fosse odiata dal resto delle tifoserie d’Italia. Il loro odio io l’ho trasformato in amore per la Juventus. Contro tutto e tutti. Quella maglia era una corazza...”
Un guerriero del pallone, un kamikaze del contrasto, un combattente dell’aria di rigore. Paolo Montero era tutto questo. Indistruttibile come l’acciaio quando troneggiava nella retroguardia bianconera negli anni dei grandi trionfi juventini. Contro di lui passavano in pochi e quando passavano si facevano male... molto male. Però a me piaceva anche per quello. Era veemente, impetuoso, maschio ma onorava la battaglia calcistica e, nel bene e nel male, ci faceva amare sempre di più questo sport. dalla prefazione di Massimiliano Bruno
Montero era, anzi è, prima di tutto un uomo vero, sensibile, attaccato all’amicizia e alla sensibilità delle persone, basti pensare a cosa ha fatto per Pessotto nei tragici giorni del Giugno 2006, quando partì dall’Uruguay appena saputo del gravissimo fatto, recandosi immediatamente dall’amico che lottava tra la vita e la morte. Questa immagine descrive al meglio il vero Montero, un uomo grande. Tutti però si ricordano del duro comportamento che aveva in campo, dal pugno a Di Biagio, alle botte nascoste agli avversari, ma chi gioca a calcio sa che questo fa parte del duello, a volte un po’ troppo pesante, ma pur sempre di sfida si tratta. Forse faceva più scalpore perchè giocava nella Juventus, ma io un giocatore così lo vorrei sempre in squadra, e lo dico da difensore amatoriale part-time per niente tenero.

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