Questa
che sto per raccontare è una bella storia,
la storia di un amore grande ed infinito. Forse non
ci sarebbe nemmeno bisogno di narrarla, tanto è
nota e popolare, ma adesso, nel momento in cui purtroppo
è finita, sento il bisogno di ripercorrerla,
di ritornare con la memoria ed il cuore ad essa, perché
mi sembra un bel modo per celebrarla e per onorare
la memoria di chi, con così vitale intensità,
l'ha vissuta per tanti anni. Questa è la storia
di Gianni Agnelli, l'Avvocato, e della sua "Vecchia
Signora", la Juventus.
La Juve è sempre stata nel destino dell'Avvocato.
Aveva solo due anni quando il padre Edoardo ne divenne
Presidente, quattro quando festeggiò il primo
scudetto, quindici quando il nonno Giovanni lo chiamò
a far parte del Consiglio d'Amministrazione. I 15
anni li aveva appena compiuti, però di Società
e squadra conosceva già a menadito vita e miracoli,
punti di forza e talloni d'Achille, perché
la scintilla era già scoccata, l'amore grande,
quello da "una volta sola", c'era già.
Era appena morto il suo papà, Edoardo Agnelli,
precipitato col suo idrovolante mentre andava in vacanza,
e l'Avvocato entrava ufficialmente nella vita della
Juventus, di cui sarebbe stato Presidente effettivo
per oltre sette anni, dalla stagione 1947/48 fino
a quella 1953/54.
"Mi emoziono anche quando vedo la lettera "J"
in un titolo di giornale" diceva. "Vinca
la Juve o vinca il migliore?" gli chiedeva un
giornalista impertinente, e lui, orgogliosamente:
"Sono fortunato, spessissimo le due cose coincidono!".
Nel 1954 Gianni Agnelli lasciò il testimone
della Presidenza al fratello Umberto, e poi a Vittore
Catella, Giampiero Boniperti, Luca Montezemolo e Vittorio
Chiusano, ma sullo sfondo continuò ad occuparsi
intensamente della sua Juventus e ad esserne il primo
tifoso, oltre che critico esigente e competentissimo.
Le battute ironiche dell'Avvocato sono state sentenze
che sarebbero divenute storia, frasi destinate a farsi
giudizi, umani e tecnici, sui più grandi giocatori
che hanno vestito la nostra maglia. Così Del
Piero divenne "Pinturicchio" per la bellezza
delle sue "pennellate", ma anche "Cocco
di mamma" e "Godot", da aspettare e
pungolare negli anni successivi all'infortunio. Roberto
Baggio fu prima "Raffaello" e poi, dopo
una scialba partita in Nazionale, "coniglio bagnato";
Zidane, alla sua partenza da Torino, "un giocatore
più divertente che utile"; Aldo Serena
un attaccante "bravo dalla cintola in su";
e Zibì Boniek, inevitabilmente, uno "bello
solo di notte", per via dell'abitudine di segnare
gol importanti solo nelle partite in notturna.
Neanche il superpentito di mafia Tommaso Buscetta,
che col calcio aveva davvero poco a che fare, sfuggì
all'ironia sferzante dell'Avvocato: "Buscetta
ha detto di essere un gran tifoso della Juventus?
Questa è la sola cosa di cui non dovrà
pentirsi" sentenziò. Ed ancora, sul regista
ed "ultrà" viola Franco Zeffirelli:
"È un gran regista, ma quando parla di
calcio non lo sto nemmeno a sentire". E poi su
Boniperti, di cui si fidava talmente da affidargli
la Presidenza della sua creatura: "Bei tempi
quando lo buttavo giù dal letto all'alba. Ora
devo svegliarlo alle 4 del pomeriggio!" Ed al
Trap, che sperava di avere Paolo Rossi: "Caro
Trapattoni, abbiamo qualche migliaio di operai fuori
dai cancelli!" e poi, dopo la sconfitta di Atene
'83: "Questi tedeschi ci hanno insegnato a leggere
e a scrivere!" Sul francese Didier Deschamps,
grande mediano della prima Juve di Lippi: "Sembra
un maresciallo di Napoleone." Ed infine su Diego
Armando Maradona, autentico pallino dell'Avvocato
mai realizzato: "Maradona è l'unico giocatore
che non ha bisogno di una squadra e di un allenatore",
e poi anche, con gran rimpianto: "Mi dissero
che Maradona non era da Juve perché aveva fianchi
troppo grossi e sedere troppo basso. Avercene, di
sederi così bassi!"
Due, comunque, sono stati i
"pupilli" veri dell'Avvocato, i giocatori
che più di ogni altro ha amato ed ammirato
appassionatamente: l'oriundo argentino Omar Sivori
ed il francese Michel Platini, entrambi fortissimamente
voluti ed imposti da lui personalmente, due gioielli
unici, due scintillanti regali dell'Avvocato alla
sua amatissima "Signora". "Sivori è
un vizio", diceva del Cabezon, ed in effetti
stravedeva per lui e per il suo genio "perfido",
ma senza che questo influenzasse il suo duro realismo
di Dirigente d'Azienda: quando l'argentino entrò
in contrasto con le idee pragmatiche ed il gioco proletario
dell'allenatore Heriberto Herrera, ponendo l'ultimatum
"o via lui o via io", Agnelli non esitò
a convocarlo e, sono sicuro con profondo rimpianto,
a licenziarlo: "Lei sa quanto io la stimi, ma
non mi lascia scelta: Herrera è il suo superiore".
Sivori finì in quattro e quattr'otto al Napoli.
Michel Platini è stato
la seconda gran passione di Gianni Agnelli, che lo
portò personalmente a Torino spiazzando perfino
il Presidente Boniperti, che fu costretto, per questo
"capriccio", a disfarsi del bravissimo Liam
Brady. Ma Platini stentava, nei primi mesi, e non
solo per colpa della pubalgia: "Non ho comprato
Platini per vedere Furino che gioca in regia",
sbottò seccato dopo una partita che a lui,
raffinato esteta del calcio, non era piaciuta molto,
e chi doveva capire capì. E quando Michel divenne
finalmente "Le Roi", fu ancora l'Avvocato
ad investirlo ufficialmente: "L'abbiamo comprato
per un tozzo di pane, ma lui ci ha spalmato sopra
il foie gras".
I due sono stati legati, oltre
che dalla stima e dal rispetto reciproci, da un profondo
sentimento d'amicizia, che è emerso cristallino
nelle parole con le quali Michel ha salutato per sempre
il "suo" Presidente: "Perdo un pezzo
del mio passato. Mi lascia una gran tristezza che
diventerà malinconia. Mi ha dato molto, insegnandomi
soprattutto il rispetto per la vita." Tanti sono
stati i "tributi" d'ammirazione che l'Avvocato
ha riconosciuto al suo Michel: dopo il misterioso
annullamento di uno spettacolare gol nella finale
Intercontinentale 1985 disse: "Nessuno al mondo,
tanto meno l'arbitro, avrebbe dovuto annullarlo. Il
più bello che gli abbia visto fare". Ed
alla sua ultima partita, il 17 maggio 1987, accomunò
i suoi due pupilli immortalandoli per sempre nella
storia bianconera: "Oggi è una giornata
triste, un altro pezzo di vita che passa e se ne va.
Platini sarà ricordato come uno dei grandi
della Juventus. Come Sivori". Di Omar e Michel
nessuno più avrebbe preso il posto nel suo
cuore, né Baggio, né Zidane e nemmeno
Del Piero; fino all'ultimo, il suo "amore"
per loro è stato travolgente e completo.
Proprio come il nostro, di
tutti noi tifosi ed "ammalati" di Juventus,
che da sempre, e per sempre, tributiamo al "nostro"
Avvocato la nostra ammirazione ed il nostro amore
per tutto ciò che ha fatto per la gloriosa
casacca bianconera.
Grazie, Avvocato, grazie di
cuore per tutte le gioie, le battute e le vittorie
che ci hai regalato. E grazie soprattutto per la grande
sportività e per l'inimitabile stile che hai
sempre messo in mostra ed insegnato a tutto il mondo,
sportivo e non. Come la grandissima lezione di correttezza
e lealtà sportiva che esprimesti, dal lontano
Oriente, dopo la beffa della "pallanuoto"
di Perugia: dopo aver ringraziato giocatori e tecnici
per la grande stagione disputa-ta, facesti i complimenti
alla Lazio per lo Scudetto meritatamente vinto.
Una dimostrazione di signorilità
senza confronti, una dimostrazione di superiorità
morale indiscussa, una dimostrazione di come la nobiltà
d'animo, quando c'è, sia sempre vincente sulla
faziosità e sulla partigianeria.
E' in quei momenti che si vedono
i grandi uomini ed i grandi sportivi: quanta differenza
con il vittimismo coatto e l'intolleranza di oggi!
Anacho e tutto il forum di
www.pianetabianconero.com
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