Campionato Italiano - Serie A
domenica 11.05.08, ore 15.00
Juventus
Catania
   
 

Questa che sto per raccontare è una bella storia, la storia di un amore grande ed infinito. Forse non ci sarebbe nemmeno bisogno di narrarla, tanto è nota e popolare, ma adesso, nel momento in cui purtroppo è finita, sento il bisogno di ripercorrerla, di ritornare con la memoria ed il cuore ad essa, perché mi sembra un bel modo per celebrarla e per onorare la memoria di chi, con così vitale intensità, l'ha vissuta per tanti anni. Questa è la storia di Gianni Agnelli, l'Avvocato, e della sua "Vecchia Signora", la Juventus.

La Juve è sempre stata nel destino dell'Avvocato. Aveva solo due anni quando il padre Edoardo ne divenne Presidente, quattro quando festeggiò il primo scudetto, quindici quando il nonno Giovanni lo chiamò a far parte del Consiglio d'Amministrazione. I 15 anni li aveva appena compiuti, però di Società e squadra conosceva già a menadito vita e miracoli, punti di forza e talloni d'Achille, perché la scintilla era già scoccata, l'amore grande, quello da "una volta sola", c'era già.

Era appena morto il suo papà, Edoardo Agnelli, precipitato col suo idrovolante mentre andava in vacanza, e l'Avvocato entrava ufficialmente nella vita della Juventus, di cui sarebbe stato Presidente effettivo per oltre sette anni, dalla stagione 1947/48 fino a quella 1953/54.

"Mi emoziono anche quando vedo la lettera "J" in un titolo di giornale" diceva. "Vinca la Juve o vinca il migliore?" gli chiedeva un giornalista impertinente, e lui, orgogliosamente: "Sono fortunato, spessissimo le due cose coincidono!".

Nel 1954 Gianni Agnelli lasciò il testimone della Presidenza al fratello Umberto, e poi a Vittore Catella, Giampiero Boniperti, Luca Montezemolo e Vittorio Chiusano, ma sullo sfondo continuò ad occuparsi intensamente della sua Juventus e ad esserne il primo tifoso, oltre che critico esigente e competentissimo.

Le battute ironiche dell'Avvocato sono state sentenze che sarebbero divenute storia, frasi destinate a farsi giudizi, umani e tecnici, sui più grandi giocatori che hanno vestito la nostra maglia. Così Del Piero divenne "Pinturicchio" per la bellezza delle sue "pennellate", ma anche "Cocco di mamma" e "Godot", da aspettare e pungolare negli anni successivi all'infortunio. Roberto Baggio fu prima "Raffaello" e poi, dopo una scialba partita in Nazionale, "coniglio bagnato"; Zidane, alla sua partenza da Torino, "un giocatore più divertente che utile"; Aldo Serena un attaccante "bravo dalla cintola in su"; e Zibì Boniek, inevitabilmente, uno "bello solo di notte", per via dell'abitudine di segnare gol importanti solo nelle partite in notturna.

Neanche il superpentito di mafia Tommaso Buscetta, che col calcio aveva davvero poco a che fare, sfuggì all'ironia sferzante dell'Avvocato: "Buscetta ha detto di essere un gran tifoso della Juventus? Questa è la sola cosa di cui non dovrà pentirsi" sentenziò. Ed ancora, sul regista ed "ultrà" viola Franco Zeffirelli: "È un gran regista, ma quando parla di calcio non lo sto nemmeno a sentire". E poi su Boniperti, di cui si fidava talmente da affidargli la Presidenza della sua creatura: "Bei tempi quando lo buttavo giù dal letto all'alba. Ora devo svegliarlo alle 4 del pomeriggio!" Ed al Trap, che sperava di avere Paolo Rossi: "Caro Trapattoni, abbiamo qualche migliaio di operai fuori dai cancelli!" e poi, dopo la sconfitta di Atene '83: "Questi tedeschi ci hanno insegnato a leggere e a scrivere!" Sul francese Didier Deschamps, grande mediano della prima Juve di Lippi: "Sembra un maresciallo di Napoleone." Ed infine su Diego Armando Maradona, autentico pallino dell'Avvocato mai realizzato: "Maradona è l'unico giocatore che non ha bisogno di una squadra e di un allenatore", e poi anche, con gran rimpianto: "Mi dissero che Maradona non era da Juve perché aveva fianchi troppo grossi e sedere troppo basso. Avercene, di sederi così bassi!"

Due, comunque, sono stati i "pupilli" veri dell'Avvocato, i giocatori che più di ogni altro ha amato ed ammirato appassionatamente: l'oriundo argentino Omar Sivori ed il francese Michel Platini, entrambi fortissimamente voluti ed imposti da lui personalmente, due gioielli unici, due scintillanti regali dell'Avvocato alla sua amatissima "Signora". "Sivori è un vizio", diceva del Cabezon, ed in effetti stravedeva per lui e per il suo genio "perfido", ma senza che questo influenzasse il suo duro realismo di Dirigente d'Azienda: quando l'argentino entrò in contrasto con le idee pragmatiche ed il gioco proletario dell'allenatore Heriberto Herrera, ponendo l'ultimatum "o via lui o via io", Agnelli non esitò a convocarlo e, sono sicuro con profondo rimpianto, a licenziarlo: "Lei sa quanto io la stimi, ma non mi lascia scelta: Herrera è il suo superiore". Sivori finì in quattro e quattr'otto al Napoli.

Michel Platini è stato la seconda gran passione di Gianni Agnelli, che lo portò personalmente a Torino spiazzando perfino il Presidente Boniperti, che fu costretto, per questo "capriccio", a disfarsi del bravissimo Liam Brady. Ma Platini stentava, nei primi mesi, e non solo per colpa della pubalgia: "Non ho comprato Platini per vedere Furino che gioca in regia", sbottò seccato dopo una partita che a lui, raffinato esteta del calcio, non era piaciuta molto, e chi doveva capire capì. E quando Michel divenne finalmente "Le Roi", fu ancora l'Avvocato ad investirlo ufficialmente: "L'abbiamo comprato per un tozzo di pane, ma lui ci ha spalmato sopra il foie gras".

I due sono stati legati, oltre che dalla stima e dal rispetto reciproci, da un profondo sentimento d'amicizia, che è emerso cristallino nelle parole con le quali Michel ha salutato per sempre il "suo" Presidente: "Perdo un pezzo del mio passato. Mi lascia una gran tristezza che diventerà malinconia. Mi ha dato molto, insegnandomi soprattutto il rispetto per la vita." Tanti sono stati i "tributi" d'ammirazione che l'Avvocato ha riconosciuto al suo Michel: dopo il misterioso annullamento di uno spettacolare gol nella finale Intercontinentale 1985 disse: "Nessuno al mondo, tanto meno l'arbitro, avrebbe dovuto annullarlo. Il più bello che gli abbia visto fare". Ed alla sua ultima partita, il 17 maggio 1987, accomunò i suoi due pupilli immortalandoli per sempre nella storia bianconera: "Oggi è una giornata triste, un altro pezzo di vita che passa e se ne va. Platini sarà ricordato come uno dei grandi della Juventus. Come Sivori". Di Omar e Michel nessuno più avrebbe preso il posto nel suo cuore, né Baggio, né Zidane e nemmeno Del Piero; fino all'ultimo, il suo "amore" per loro è stato travolgente e completo.

Proprio come il nostro, di tutti noi tifosi ed "ammalati" di Juventus, che da sempre, e per sempre, tributiamo al "nostro" Avvocato la nostra ammirazione ed il nostro amore per tutto ciò che ha fatto per la gloriosa casacca bianconera.

Grazie, Avvocato, grazie di cuore per tutte le gioie, le battute e le vittorie che ci hai regalato. E grazie soprattutto per la grande sportività e per l'inimitabile stile che hai sempre messo in mostra ed insegnato a tutto il mondo, sportivo e non. Come la grandissima lezione di correttezza e lealtà sportiva che esprimesti, dal lontano Oriente, dopo la beffa della "pallanuoto" di Perugia: dopo aver ringraziato giocatori e tecnici per la grande stagione disputa-ta, facesti i complimenti alla Lazio per lo Scudetto meritatamente vinto.

Una dimostrazione di signorilità senza confronti, una dimostrazione di superiorità morale indiscussa, una dimostrazione di come la nobiltà d'animo, quando c'è, sia sempre vincente sulla faziosità e sulla partigianeria.

E' in quei momenti che si vedono i grandi uomini ed i grandi sportivi: quanta differenza con il vittimismo coatto e l'intolleranza di oggi!

Anacho e tutto il forum di www.pianetabianconero.com



Il saluto della squadra
quello della Sud
e quello della Nord

ascolta due brevi frasi che raccontano l'Avvocato!


La sua Juve

 

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